Teheran non si piega all’ultimatum di Trump

L'ombra di una nuova escalation si allunga sulla guerra in Iran. Dopo che sabato sera il presidente americano Donald Trump ha lanciato un ultimatum a Teheran, minacciando di «colpire e annientare» le centrali elettriche iraniane se la Repubblica islamica «non aprirà completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore».
Ìl regime degli ayatollah ha risposto di essere pronto, in caso di attacco, a «distruggere irreversibilmente» le infrastrutture vitali dell'intera regione, compresi gli impianti di desalinizzazione, insieme a «chiudere completamente» Hormuz, dove solo una manciata di navi è riuscita a passare in poco più di tre settimane di conflitto.
Iran says it will retaliate across the Middle East and "irreversibly" destroy critical infrastructure if President Trump carries out a threat to "obliterate" Iran's power plants unless the Strait of Hormuz is fully open within 48 hours. Follow live updates.… pic.twitter.com/iwUaqPqGq9
— CNN (@CNN) March 22, 2026
L’apertura
E mentre si infiammano le tensioni anche in Libano - dove Israele ha segnalato che «intensificherà» le operazioni «terrestri mirate» - una timida apertura verso la diplomazia sembra arrivare dagli Stati Uniti: secondo Axios, che cita sue fonti, gli inviati di Donald Trump Jared Kushner e Steve Witkoff stanno creando una squadra per negoziare con l'Iran su ordine del presidente, mentre entrambi i Paesi hanno dato voce alle loro condizioni - al momento inconciliabili - per concludere il conflitto.
Negli ultimi giorni non vi sono stati contatti diretti tra Usa e Iran, ma Egitto, Qatar e Regno Unito hanno fatto da tramite per lo scambio di messaggi, secondo quanto riferito ad Axios da un funzionario statunitense e da altre due fonti.
Egitto e Qatar hanno informato Washington e Israele che l'Iran è interessato a negoziare, ma a condizioni molto rigide, enunciate nelle ultime ore da Tasnim, l'agenzia di stampa legata ai pasdaran: la garanzia che il conflitto non si ripeta; la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione; il pagamento di un risarcimento all'Iran; la fine della guerra contro tutti i gruppi regionali affiliati all'Iran; l'attuazione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale e l'estradizione degli operatori dei media anti-iraniani.
Da parte sua, Donald Trump vuole che l'Iran si impegni su sei fronti: nessun programma missilistico per cinque anni; arricchimento dell'uranio pari a zero; smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow; protocolli rigorosi di osservazione esterna per la creazione e l'utilizzo di centrifughe e macchinari correlati che potrebbero favorire un programma di armi nucleari; trattati sul controllo degli armamenti con i paesi della regione che prevedono un limite massimo di 1.000 missili; nessun finanziamento per gruppi affiliati come Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen o Hamas a Gaza.
Entrambi gli elenchi mostrano chiaramente una distanza al momento incolmabile: l'Iran ha ripetutamente respinto diverse delle richieste americane. Per quanto riguarda le richieste iraniane, secondo un funzionario statunitense Trump considera la proposta di risarcimenti «inaccettabile», mentre secondo un altro funzionario, potrebbe esserci margine di negoziazione in merito alla restituzione dei beni congelati all'Iran.
Con la leadership del regime piombata nel caos, ora il team del tycoon sta cercando di capire chi in Iran sia il miglior punto di contatto per i negoziati e quale paese è il miglior mediatore, sostituendo il precedente Oman con il Qatar, più apprezzato da Washington.
Mentre le indiscrezioni corrono, la guerra continua. Con gli occhi puntati sulla scadenza dell'ultimatum di Trump, che intanto difende Netanyahu attaccando il presidente israeliano Herzog, definito «un debole» e «un bugiardo» per non avergli concesso la grazia. A Hormuz intanto resta il blocco della navigazione, nonostante le smentite dell'Iran che intanto pensa a imporre una tassa di 2 milioni di dollari alle imbarcazioni in transito.
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