Uccise quattro persone a San Polo: «Non ho capito più nulla e ho sparato»

«Non ho capito più niente e ho iniziato a sparare». Ricorda ogni dettaglio di quella notte, dalle ore di attesa fino al momento in cui ha deciso di uccidere quattro persone. Per uno dei casi di cronaca nera più efferati della provincia di Brescia.
È il 4 marzo 2012, quartiere San Polo in città. Mario Albanese ammazza l’ex moglie Francesca Alleruzzo, il nuovo compagno Vito Macadino, la figlia di primo letto della donna Chiara Matalone e il fidanzato della giovane Domenico Tortorici. Albanese aveva 35 anni, padre di tre figli, e oggi sta scontando l’ergastolo nel carcere di Opera dove ha parlato davanti alle telecamere di Quarto Grado.

La gelosia e gli spari
«Con Francesca siamo stati insieme 14 anni fino al 2012 quando il rapporto va in crisi. Quella sera l’ho aspettata fuori casa per vedere con chi sarebbe tornata» ha ricostruito Albanese. «Dentro di me in quelle cinque ore di attesa mi ripetevo: “Se arriva con una persona dico questo uomo che non lo voglio vedere andare a casa mia”. Non riuscivo ad accettarlo, era insopportabile. Mi sono piazzato lì. Avevo una pistola e ho messo un’ascia sotto la macchina dove ero».

Attende dalle 22.30 alle 3.30. «Arrivano, Francesca scende dall’auto, mi vede e dice: “cosa stai facendo qui?”. Mi presento davanti a lui e gli faccio: “mi dici cosa sta succedendo?”. Mi risponde: “sono cose mie”. Ribatto che può diventare il compagno di mia moglie, ma non può prendere il mio posto come padre dei miei figli. Mi sono sentito umiliato».
Ed è a questo punto che Mario Albanese impugna la pistola. «Sparo a lui, due o tre colpi, poi a Francesca un colpo. Salgo le scale e sono ormai ad un punto di non ritorno. Non riesco a fermarmi. Vado verso l’appartamento dei miei figli escono Chiara e Domenico e mi gridano: “sei ancora qui?”. Ero fuori di me e ho ammazzato anche loro».
I sensi di colpa e le scuse
Dopo il quadruplice omicidio Albanese racconta di aver tentato il suicidio. «Un carabiniere vicino di casa, quando sono in strada, cerca di saltarmi addosso per disarmarmi. Volevo suicidarmi, ma si è inceppata la pistola e il carabiniere riesce a bloccarmi. Poi è arrivata la Polizia e basta, è tutto finito».
Mario Albanese finisce in carcere, poi a processo dove incassa la condanna all’ergastolo: in primo grado, in secondo e poi in Cassazione. Fine pena mai. «Il senso di colpa mi è arrivato subito. “Cosa ho combinato?” mi sono detto ancora davanti ai corpi. Nessuno di loro meritava di morire questo è certo. Mi dispiace per aver perso mia moglie, la madre dei miei figli che mi ripetono di aver impedito loro di crescere parlando con mamma. Mi dispiace che il figlio di Vito Macadino abbia perso il padre all’età di 15 anni, mi dispiace per Domenico e Chiara che erano ragazzi. So – conclude Mario Albanese - che nessuno mi potrà mai perdonare. Compresi i miei figli».
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