Rischia la pena di morte in Cina, annullato no dei giudici bresciani

Il rischio che un uomo accusato di omicidio possa essere estradato in un Paese dove per quel reato è prevista la pena di morte, riporta al centro della cronaca giudiziaria bresciana una vicenda lunga trent’anni.
La Cassazione ha infatti annullato la decisione della Corte d’appello di Brescia che aveva respinto la domanda di estradizione avanzata dalla Repubblica Popolare Cinese nei confronti di Wang Junxiang, 56enne ricercato per un omicidio avvenuto in Cina il 4 ottobre 1995. Su di lui pendeva un mandato di arresto internazionale.
In Italia dal 2000, con un regolare permesso di soggiorno, un casellario giudiziario immacolato, quando venne fermato «ha ammesso il coinvolgimento nella vicenda contestata in Cina, seppur prospettando per sé legittima difesa» spiegando di essere scappato «per paura di essere sottoposto alla pena di morte».
L’iter giudiziario
Nell’ottobre scorso i giudici bresciani avevano detto no all’estradizione, ritenendo insufficienti le garanzie fornite dalle autorità cinesi sul mancato ricorso alla pena capitale, prevista dal Codice penale di Pechino in caso di omicidio volontario. La Suprema Corte ha però rimesso tutto in discussione.
Nel provvedimento si evidenzia che all’avvocato che rappresenta il dipartimento di pubblica sicurezza del Comune di Shijiazhuang, non sarebbe stato consentito di partecipare pienamente alla discussione in aula davanti la Corte d’appello di Brescia. «La natura camerale del procedimento non esclude il diritto di partecipazione della rappresentanza dello Stato richiedente», scrivono i giudici, sottolineando come la richiesta di assistere all’udienza fosse stata «esplicita e tempestiva».
Data non comunicata
Proprio la mancata comunicazione della data dell’udienza ha determinato, secondo la Cassazione, la nullità della decisione della Corte d’appello. Lo scorso 23 gennaio l’Ambasciata cinese ha fatto pervenire ai giudici bresciani tramite il Ministero della Giustizia una nota in cui assicura che «in conformità con le disposizioni pertinenti della legge della Repubblica Popolare Cinese di procedura penale e della legge della Repubblica Popolare cinese sull’estradizione, la parte cinese garantisce la stessa assistenza alla Repubblica d’Italia in qualsiasi richiesta simile in futuro di assumere avvocati per partecipare a casi di estradizione in Cina, senza imporre ulteriori condizioni o restrizioni».
E che «nell’ordinamento giuridico cinese non sussistono restrizioni alla partecipazione dello Stato italiano, anche tramite la difesa di un avvocato, ai procedimenti di estradizione riguardanti cittadini italiani». Ora, «avendo la Corte di appello di Brescia negato l’accesso della rappresentanza dello Stato estero nonostante la esplicita richiesta da questa formulata di prendere parte alla procedura di estradizione», il fascicolo torna a Brescia, dove una diversa sezione d’appello dovrà riesaminare il caso e decidere nuovamente sulla richiesta di estradizione.
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