Cronaca

Paolo VI, il santo che ispira papa Francesco

Il 19 ottobre 2014 proclamato beato da Bergoglio. Vian, direttore emerito de L’Osservatore Romano: «Moderno senza il mito della modernità»
Lo svelamento dello stendardo con l'immagine ufficiale di Paolo VI per la beatificazione - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Lo svelamento dello stendardo con l'immagine ufficiale di Paolo VI per la beatificazione - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Paolo VI è un papa dimenticato. Certamente per la distanza cronologica e per l’incomprensione sofferta durante i quindici anni del suo pontificato, difficili ma decisivi per la storia della Chiesa, ma anche per un altro motivo.

La storia

A spiegarlo è lo storico Giovanni Maria Vian, direttore emerito dell’Osservatore Romano, che ha guidato per undici anni: questa «eclissi» è stata provocata dal «confronto tra Paolo VI, il predecessore Angelo Roncalli e il secondo successore di Montini, il polacco Karol Wojtyła, eletto in seguito alla morte improvvisa, dopo appena un mese dall’elezione in conclave, di Albino Luciani. Entrambi popolarissimi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno infatti presto oscurato nell’opinione pubblica la figura di Paolo VI».

Lo storico Giovanni Maria Vian, direttore emerito de L'Osservatore Romano © www.giornaledibrescia.it
Lo storico Giovanni Maria Vian, direttore emerito de L'Osservatore Romano © www.giornaledibrescia.it

Montini è così rimasto «schiacciato», prosegue Vian, «da una parte per la forza dell’immagine rappresentata dal “papa buono” dopo il ventennio pacelliano, dall’altra per la durata del lunghissimo regno e per la personalità planetaria del primo pontefice non italiano da oltre quattro secoli e mezzo». Per Vian a cercare di «sollevare il velo dell’oblio» su Paolo VI «è stato non tanto l’avvio nel 1993 e poi il procedere della causa di canonizzazione fino alla sua conclusione, quanto il riferirsi di Francesco al suo predecessore» bresciano.

La causa di canonizzazione chiusa da papa Francesco - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La causa di canonizzazione chiusa da papa Francesco - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un coraggioso cristiano, un instancabile apostolo. Un uomo che «anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente». Sono le parole usate da papa Francesco per definire Paolo VI quando lo ha proclamato prima beato e poi santo.

La reliquia di Paolo VI, custodita a Brescia nella basilica delle Grazie © www.giornaledibrescia.it
La reliquia di Paolo VI, custodita a Brescia nella basilica delle Grazie © www.giornaledibrescia.it

«È Montini il papa a cui Bergoglio ha dichiarato di ispirarsi» ricorda il professor Vian: «Basti ricordare che durante una delle riunioni precedenti il conclave del 2013 l’arcivescovo di Buenos Aires fa un’esplicita citazione di Paolo VI sulla “dolce e confortante gioia di evangelizzare”, che poi verrà sviluppata nel lungo documento programmatico del pontificato intitolato appunto Evangelii gaudium».

Il legame

La famiglia Vian ha un legame molto profondo con Montini. Giovanni Maria, a lungo anche editorialista del nostro quotidiano, è stato battezzato da monsignor Montini; il padre Nello, che a Milano era stato tra i primi laureati all’Università Cattolica del Sacro Cuore, aveva conosciuto Montini quando arrivò a Roma nel 1931: da allora sono rimasti amici per quasi mezzo secolo, fino alla morte di Paolo VI.

Nello Vian con papa Paolo VI © www.giornaledibrescia.it
Nello Vian con papa Paolo VI © www.giornaledibrescia.it

Nello Vian, nella più totale discrezione, divenne anche bibliotecario personale del papa. Ma la loro non fu mai un’amicizia esibita, anzi, di questa consuetudine durante gli anni del pontificato era a conoscenza soltanto la moglie, Cesarina Ghioldi, e i figli Giovanni Maria, Lorenzo e Paolo l’hanno scoperta nei dettagli dopo la morte del padre dalla corrispondenza personale con Montini, edita da Studium per conto dell’Istituto Paolo VI, di cui Nello Vian è stato per tredici anni il primo segretario generale.

L’intervista

Professor Vian, papa Montini, beatificato dieci anni fa, il 19 ottobre 2014, è stato spesso incompreso durante il suo pontificato, e poi dimenticato fino alla riscoperta in tempi relativamente recenti. Quali le ragioni?

Dobbiamo contestualizzare il pontificato montiniano nel periodo storico nel quale ha operato. Sono moltissime le difficoltà che ha dovuto affrontare: Montini si rende perfettamente conto che un certo tipo di mondo è finito, ma è altrettanto convinto che il mondo di oggi ha ancora bisogno di Cristo, e per questo mai si abbandona al pessimismo, o al dubbio, come molti critici hanno voluto far credere. Paolo VI era convinto della modernità del cristianesimo. Eredita una Chiesa di fatto ancora strutturata come nell’Ottocento, e cerca di svecchiarla e renderla comprensibile. «Bisogna saper essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?» dice Montini nel 1950 incontrando per la prima volta il filosofo Jean Guitton, poi autore del più bel libro intervista con un papa, i Dialoghi con Paolo VI. Oggi è dimenticato, ma Montini è una figura chiave del cristianesimo contemporaneo.

I pellegrini del paese natale di Montini - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
I pellegrini del paese natale di Montini - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

Lei ha definito Paolo VI «un uomo molto moderno senza il mito della modernità».

È così. Montini è stato uomo di cultura nel senso più ampio e profondo del termine, curioso, che legge molto e molto viaggia: un uomo del suo tempo, un tempo di cui avverte la drammaticità ma anche le potenzialità. Per capirlo è illuminante un suo appunto che risale agli inizi del pontificato e nel quale scrive: «Forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la definizione dell’amore al nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e avvicineremo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero». Qui c’è tutto Montini, un uomo moderno, ma senza il mito della modernità, appunto. Il tema ritorna nel testamento: «Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi e i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo».

Diceva prima della volontà di Montini di svecchiare la Chiesa, ci riuscì?

Ha fatto il possibile ed è moltissimo. Montini voleva farsi capire, sapeva parlare e improvvisare. Con uno stile personale molto riconoscibile e una retorica efficace; la sua era un’intelligenza acutissima.

Il nome di Montini nella storia della Chiesa è indissolubilmente legato al Concilio Vaticano II, nel 2025 saranno sessant’anni dalla sua conclusione. Partendo dalla personalità di Paolo VI, secondo lei Montini avrebbe convocato il Concilio?

Appena eletto decide subito che il Concilio va ripreso e portato a termine. Del resto Montini, fedele al suo predecessore, non avrebbe potuto fare altrimenti. Sono però convinto che, se fosse dipeso solo da lui, ecco, non lo avrebbe convocato, ma avrebbe comunque riformato profondamente la Chiesa. Montini ha tratto dai lavori conciliari il massimo che si poteva, spendendosi in prima persona. Dirige i lavori conciliari con prudenza, ma con fermezza. Paolo VI esercita una guida reale, nel rispetto delle prerogative e delle libertà del Concilio, ma senza deflettere dalle responsabilità – che ha sempre avvertito acutissime – del ruolo papale. Il metodo che sceglie, e adotterà anche per l’Humanae vitae, è quello della ricerca del consenso maggiore possibile, nella continuità della tradizione: un esempio che oggi è dimenticato ma a cui bisogna tornare. Ma così facendo scontenta le ali estreme. Alcuni aspetti del periodo successivo al Vaticano II fanno soffrire Paolo VI, anche se certo se lo aspettava. È il travaglio della fase postconciliare, per certi versi non ancora concluso.

Un'immagine del Concilio Vaticano II
Un'immagine del Concilio Vaticano II

Proprio l’enciclica Humanae vitae suscitò una bufera di reazioni, reazioni tali che papa Montini non scrisse più nessuna enciclica. Perché accadde questo?

L’Humanae vitae viene preceduta dai lavori di una commissione sul controllo delle nascite costituita da Giovanni XXIII con soli sei membri, che Paolo VI porta progressivamente a 75. Poi la commissione si spacca sulla contraccezione, con una larga maggioranza a favore dei metodi non naturali. La minoranza non vuole però scendere a compromessi e rifiuta questa conclusione. A questo punto è contrapposizione su tutto e il papa decide in coscienza di staccarsi dal parere della maggioranza.

Montini non aveva però certo cambiato idea.

No, e anche in seguito resta convinto della sua decisione perché ritiene di non potere su questo modificare il magistero recente dei predecessori e dello stesso Concilio, che pure aveva molto innovato sul tema della sessualità. Ed è chiara la consapevolezza di Paolo VI dei pericoli per un possibile uso politico del controllo delle nascite come forma di dominio neocoloniale sui Paesi poveri, e per le conseguenze, che allora erano di là da venire ma oggi sono evidenti, di ogni intervento sull’origine stessa della vita umana.

Il cardinale Roncalli con monsignor Montini © www.giornaledibrescia.it
Il cardinale Roncalli con monsignor Montini © www.giornaledibrescia.it

Cosa resta oggi di san Paolo VI?

Un testo importante per capire Montini è il suo testamento, che ha tratti emozionanti: quando «la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena», lo sguardo del Papa va a «questa terra dolorosa, drammatica e magnifica», ma soprattutto resta fissato «verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara». Negli ultimi anni di vita le difficoltà e le tristezze si moltiplicano. Esplode il dissenso dell’arcivescovo Lefebvre, poi il caso Moro scuote moltissimo il Papa, ma il 1978 è anche l’anno della legge italiana sull’aborto. Paolo VI ne resta molto provato, ma non ne viene travolto e non cede al pessimismo. Nel 1975, a metà dell’anno santo, pubblica a sorpresa l’esortazione apostolica Gaudete in Domino, l’unico documento di un papa dedicato per intero al tema della gioia cristiana. Paolo VI, in definitiva, è stato un testimone di Cristo: ha voluto essere questo, nient’altro che questo.

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