«In Iran sparano sulla folla e le madri cercano i cadaveri per le strade»

La giornalista Nuri Fatolahzadeh racconta ciò che sta accadendo nel suo Paese d’origine
La follia riunita attorno a un fuoco in piazza Pounak a Teheran la sera del 9 gennaio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La follia riunita attorno a un fuoco in piazza Pounak a Teheran la sera del 9 gennaio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Non si può più parlare solo di proteste. È una rivoluzione. O almeno è un tentativo di rivoluzione. Da Teheran la rivolta contro il regime di Khamenei si è allargata agli altri capoluoghi. E ora sono milioni le persone per le strade dell’Iran. Ma la risposta degli ayatollah è feroce. Un bagno di sangue. Le Ong parlano di almeno 2mila morti dal 28 dicembre a oggi. Abbiamo cercato di capire con la collega di origini iraniane Nuri Fatolahzadeh cosa sta succedendo nel Paese che si affaccia sul Golfo Persico.

Nuri, qual è la situazione?

Questa è una rivolta completamente differente rispetto a quella del 2022. Non nasce dal movimento Donna, vita e libertà, ma parte dal Gran Bazar di Teheran e la miccia è una condizione di vita insostenibile. Per le strade ci sono molti giovani universitari che lottano contro l’oppressione dei diritti e una condizione economica che li sta stremando: il prezzo del pane è aumentato del 400%.

Hai parlato di giovani, è una rivolta che parte da loro?

Conta che a Teheran ci sono 9,7 milioni di persone e la metà di queste è sotto i 35 anni. Quasi tutti vanno all’università: questa è sempre stata l’arma a doppio taglio del regime. Dobbiamo poi tenere in considerazione un’altra cosa: non c’è ancora una generazione che è nata e cresciuta sotto il regime senza avere testimonianze in famiglia di come si viveva prima. Per questo in Iran dicono «o adesso o mai più», perché se cancelli la testimonianza diretta poi diventa davvero difficile.

Si riesce a comunicare con le persone in Iran? È possibile mettersi in contatto con qualcuno?

Tendenzialmente no. Hanno completamente spento internet e la rete telefonica. Solo i satelliti Starlink di Elon Musk ci permettono di vedere quello che sta succedendo. Nelle ultime ore, però, il governo sta disturbando il segnale gps: non esiste un collegamento davvero stabile e sicuro.

E in tutto questo stanno morendo tantissime persone...

Stanno sparando indiscriminatamente sulla folla. Sono per le strade e sparano letteralmente alle persone. Le forze della repressione impiegate in questo momento in Iran non sono costituite prevalentemente dai paramilitari locali, a differenza di prima. Siccome i guardiani della rivoluzione non riescono a contenere la popolazione, il regime ha chiamato i mercenari dall’Iraq, dall’Afghanistan e dal Libano. Il Paese è di fatto isolato, che è la condizione più pericolosa: chi lavora negli ospedali parla di una situazione da zona di guerra, con oltre 3mila vittime. Hanno riaperto un vecchio carcere a Teheran per contenere i corpi, perché negli obitori non ci stanno più. Le strade sono piene di sangue e i cadaveri vengono portati via con i camion. Le madri disperate cercano i figli per tutta la città, ma una volta trovati il regime chiede 700 milioni di riyal per la restituzione del corpo.

La gente però rimane in strada e nelle piazze.

Chi resiste nonostante il massacro è convinto che questa rivoluzione possa finire solo in due modi: o si arriverà a un superamento della repubblica islamica, oppure l’Iran sarà condannato a cristallizzarsi in una prigione, aprendo la strada a decenni ancora più bui. Non intravedono vie di mezzo: per questa ragione si tratta di una protesta trasversale, perché la considerano «l’ultima occasione». Per molto tempo in Iran ha prevalso la paura di un’altra rivoluzione perché dopo quella del ’79, chiamata «la rivoluzione dell’inganno», di fatto il Paese fu «sequestrato» da Khomeini e nessuno vuole un nuovo autoritarismo. Ma ormai gli iraniani non hanno più nulla da perdere: la situazione è estrema, insostenibile da ogni punto di vista. E sono disposti a fare una transizione anche cedendo il potere temporaneamente a Reza Pahlavi, figlio maggiore dell’ultimo Scià di Persia.

E gli Usa come sono visti?

C’è chi è molto disperato e vorrebbe un intervento americano il prima possibile e c’è chi invece spera che l’azione statunitense arrivi proprio in fondo al percorso. Perché altrimenti dicono che la loro rivoluzione verrebbe azzerata. E soprattutto in molti non vogliono passare da un’egemonia a un’altra. Gli iraniani sono molto orgogliosi, ci tengono a fare le cose da soli. L’aiuto che chiedono, oltre a quello umanitario e di protezione dei civili, è di non alimentare il loro isolamento, ma di parlare il più possibile di quanto sta avvenendo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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