Cronaca

Il bresciano a Rafah: «Qui sono morti tanti bambini quanti ne vivono in Valcamonica»

Fabrizio Minini, cooperante 47enne originario di Darfo: «Ormai è un campo profughi di 2 milioni di persone»
Antonio Borrelli

Antonio Borrelli

Giornalista

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Il cooperante camuno a Rafah

«La Striscia di Gaza è grande come la Valcamonica, lunga 70 chilometri e larga circa 10, ma anziché 100mila abitanti come nella valle bresciana in questo momento ce ne sono quasi 2 milioni e mezzo, sigillati e privi di ogni possibilità di movimento». Fabrizio Minini - cooperante bresciano esperto, con 18 anni di teatri di guerra alle spalle - parla da Rafah, dove si trova da circa 15 giorni. In quasi vent’anni ha lavorato come operatore in Medio Oriente, in Africa, in Ucraina; ma è qui che ha trovato la guerra più feroce.

Dramma e proporzioni

Originario di Darfo Boario Terme, il 47enne non rinuncia a paragoni distopici legati alla propria terra per rendere plastica la dimensione della tragedia: «Il numero dei bambini fino a 14 anni uccisi a Gaza equivale esattamente al numero degli under 14 in Valcamonica. È come se fosse stata eliminata tutta quella generazione camuna».

Impegnato nella logistica per una Ong francese, Minini descrive le ultime ore a Rafah – l’ultima città non ancora attaccata da Israele: «La situazione è particolarmente disperata, qui si è ritirata tutta la popolazione palestinese ed è un vero e proprio carnaio costituto da quasi due milioni di abitanti. Rafah è un mega campo profughi a cielo aperto e non c’è angolo in cui non ci sia una tenda. Ci sono bambini ovunque e la gente vaga tutto il giorno per cercare qualcosa da mangiare e acqua potabile». È in questo contesto che lo scenario potrebbe persino peggiorare: «Ci aspettiamo i blindati da un momento all’altro. Le esplosioni sono continue e gli attacchi costanti, nella notte è caduta una bomba a 150 metri da dove vivo, i droni volano sopra le nostre teste 24 ore al giorno. Di fatto l’operazione è già in divenire».

L’essenziale

E in questo contesto, il lavoro di cooperanti come Fabrizio è pieno di ostacoli e difficoltà. «Usiamo la nostra casa per ospitare 40 locali, soprattutto bambini, li mettiamo in sicurezza e li spostiamo in un’altra guest house in caso di attacco. E poi distribuiamo cibo e beni di sopravvivenza, materassi, coperte e acqua. L’essenziale. Ma il trasporto dentro Gaza è difficilissimo, di fatto entra un decimo di ciò che viene donato alla popolazione locale e perlopiù tutto viene controllato in maniera spietata dall’esercito israeliano. Basta niente - un sospetto o un oggetto ritenuto non idoneo - per far sì che l’intero il camion venga rifiutato».

Sulla possibilità che l’intera popolazione palestinese esca dalla Striscia aprendo a nord, Fabrizio ha le idee chiare: «È pura demagogia. Si pretende che si sposti un milione e mezzo di persone. La verità è che non vengono considerati umani, ma animali da spostare. Molta gente non vuole uscire perché sa che se esce da qui è un’altra Nakba (l’esodo palestinese del 1948, ndr) e perlopiù c’è il deserto, sarebbe invivibile. È complicato e irrealistico persino da un punto di vista pratico».

Umanità

Ma c’è ancora spazio per l’umanità, in questo humus di disperazione e morte? «Qualche giorno fa un distinto insegnante palestinese mi ha chiesto informazioni su possibili attacchi per proteggere i suoi bimbi. Mi ha detto: "Siamo stanchi di questa guerra che sta facendo soffrire tante persone, sia palestinesi che israeliani". Questa sensibilità anche per quelli che sarebbero i tuoi nemici non è scontata. La verità è che la gente di qui non è interessata alla sparizione di Israele, come Hamas. Vuole solo vivere».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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