Hiroshima ha rappresentato uno spartiacque nella storia. Una delle due sole volte in cui l’arma atomica è stata utilizzata; il momento in cui l’inimmaginabile si è realizzato; la presa di consapevolezza che scienza e tecnologia avevano dotato l’umanità della capacità di procedere al suo proprio annientamento. Gli storici si sono subito interrogati sul significato di quello spartiacque; sulle ragioni – militari, strategiche, politiche – che avevano indotto gli Usa a colpire con quell’arma il Giappone. Un dibattito storiografico mai davvero terminato, questo, dove alle prime letture, tutte centrate a giustificare la scelta come necessaria per evitare un ulteriore prolungamento del terribile conflitto, sono poi subentrate quelle revisioniste di chi riteneva che vi fosse già l’ombra della incipiente Guerra Fredda e che Washington agì per prevenire un intervento sovietico che avrebbe potuto estendere l’influenza dell’Urss in Estremo Oriente.

Fino a quelle, più recenti e variamente declinate, che tendono a leggere Hiroshima come il picco estremo di una violenza che, nelle ultime fasi della guerra, fu dispiegata senza freni e inibizioni: a collegare l’Hiroshima dell’agosto 1945 alla Tokyo del marzo precedente, quando più di 100mila persone – per la maggior parte donne, anziani e bambini – morirono in una sola notte per mano delle bombe incendiarie sganciate dagli aerei americani. O ai tanti devastanti bombardamenti di città tedesche e giapponesi per i quali - avrebbe dichiarato anni più tardi l’ex Segretario della Difesa di Kennedy, Robert McNamara, che durante la guerra partecipò alla pianificazione di queste azioni - i responsabili sarebbero stati condannati per «crimini di guerra» se gli Usa non avessero prevalso nel conflitto.




