Cronaca

A Brescia è tornato Gunter Demnig, l’artista delle pietre d’inciampo

A Giacomo Cazzago, Raimondo Bertoli e Luigi Radaelli sono dedicate le tre nuove formelle dell’artista che da 30 anni restituisce le identità alle vittime del nazifascismo
Le tre nuove pietre d'inciampo a Brescia
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Le tre nuove pietre d'inciampo a Brescia

Si chiamavano Giacomo Cazzago, Raimondo Bertoli e Luigi Radaelli. Tre nomi, tre indirizzi, tre giovani vite spezzate dalla persecuzione nazifascista. Oggi, a Brescia, sono tornati nello spazio pubblico attraverso tre piccole targhe di ottone incastonate nel selciato, davanti alle case in cui hanno vissuto.

A posarle è stato Gunter Demnig, l’artista tedesco che da oltre trent’anni percorre l’Europa per restituire identità alle vittime della deportazione. Il suo gesto è sempre lo stesso: si inginocchia, lavora in silenzio, inserisce la pietra nel pavimento. Un’azione semplice, ripetuta migliaia di volte, che però ogni volta riapre una storia.

Le storie

Giacomo Cazzago aveva vent’anni quando fu deportato a Dachau. Raimondo Bertoli, sarto, morì nello stesso campo nel 1944. Luigi Radaelli fu invece trasferito in Germania e ucciso nel carcere di Landsberg nel gennaio del 1945. Oggi i loro nomi sono tornati lì dove la vita quotidiana scorre: su un marciapiede, davanti a un portone, lungo una strada attraversata ogni giorno da passanti distratti.

È questo il senso delle pietre d’inciampo: non un monumento da raggiungere, ma una memoria che si incontra per caso, sotto i piedi. Per leggerla bisogna fermarsi, abbassare lo sguardo, chinarsi. Un gesto minimo che diventa atto di rispetto. A leggere ad alta voce le biografie di Cazzago, Bertoli e Radaelli, sono stati gli studenti di alcune scuole della città, che hanno raccontato cosa facevano nella vita quotidiana prima dell’arresto e come furono condotti nei campi nazisti, spingendo così chi era presente a immaginare non solo una statistica di morte, ma tre storie di persone con affetti, lavori, progetti e sogni.

A Brescia, come in tante città europee, il lavoro di Demnig trasforma la città in un luogo che ricorda. Non celebra, non consola, non semplifica. Restituisce nomi e destini individuali, ricordando che dietro i numeri della storia ci sono persone, famiglie, case. E che la memoria, per restare viva, ha bisogno di tornare nei luoghi della vita di tutti i giorni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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