Consorzio Franciacorta, Brescianini lascia la presidenza dopo sei anni

L’America e la provincia, l’iter per la nuova sede e l’incubo Covid. E quell’anelito a puntare sul biologico, senza remore o ripensamenti.
Fine mandato
Si chiude oggi, dopo sei anni e mezzo, la presidenza del Consorzio Franciacorta targata Silvano Brescianini, che da domani mattina tornerà ad occuparsi a tempo pieno della «Barone Pizzini», azienda di cui è ceo. È stata una corsa vorticosa, vulcanica, ricca di traguardi, imprevisti, successi. Con una instancabile vocazione da globetrotter e la sensazione – figlia di un carattere poco avvezzo ai compromessi – che ci sia ancora molto da fare. Così, nel giorno in cui l’assemblea del Consorzio dovrà scegliere il suo successore, Brescianini non si sottrae ad un bilancio di fine mandato.
Dodici anni da vicepresidente, quasi sette come presidente. Le dispiace non continuare questo percorso?
«Dico di no. Ho lavorato con molto entusiasmo in questi anni, cercando di viaggiare quanto più possibile per conoscere, promuovere e rendere il Franciacorta un prodotto sempre più ambito e ricercato. E sono soddisfatto di quanto raggiunto. Credo allo stesso tempo che un turnover sia giusto: sono certo che chi guiderà il Consorzio farà molto bene. Non credo ai presidenti a vita.
Se vogliamo cedere alla logica del «rendiconto», quali sono i traguardi che le hanno dato maggiore soddisfazione?
«Per rispondere non posso fare a meno di pensare al momento della mia elezione (avvenuta nel dicembre del 2018, ndr). Poco dopo, a gennaio 2019, si è concluso il cantiere della nuova sede del Consorzio. Quindi, nel giro di un anno, c’è stato il Covid, fase da cui siamo usciti con grande caparbietà facendo registrare numeri record. Questi sono stati risultati importanti, così come quello che abbiamo fatto sulla zonazione. Mi piace pensare che, come Consorzio, abbiamo percorso strade innovative, come ad esempio a livello di disciplinare.
Se invece dovesse indicare i rimpianti?
«Il laboratorio annesso al Consorzio: abbiamo acquisito l’immobile e definito il progetto, ma non siamo riusciti a concretizzarlo. Un altro rammarico riguarda i troppi ostacoli della burocrazia: innovare diventa sempre più complesso, senza contare la difficoltà di andare oltre pratiche sedimentate negli anni».

L’hanno infastidita episodi come la recente uscita dal Consorzio di cantine quali Cavalleri?
«Ero consapevole delle loro intenzioni. Ho provato a convincerli, ma avevano già deciso. Mi dispiace, è ovvio, ma rispetto la loro scelta.
Una domanda un po’ provocatoria: per quanto gli Usa siano un mercato importante, il volume di bottiglie di Franciacorta vendute non giustificherebbe l’allarmismo legato ai dazi di Trump. Allora, perché tanta preoccupazione?
«Il problema non è il Franciacorta, ma lo champagne, con gli oltre 25 milioni di bottiglie esportate negli Usa. Se il volume d’affari dovesse calare, saranno più aggressivi sul mercato europeo. Di conseguenza potrebbero creare tensioni sui prezzi che nuocerebbero ai nostri vini».
Una parte importante del suo lavoro sono stati i continui viaggi all’estero: il momento clou è stato l’accordo tra Consorzio e Michelin Usa. Crede sia stato un vantaggio?
«Ne sono fermamente convinto: gli Stati Uniti sono un palcoscenico fondamentale per il vino ed essere associati al nome Michelin non può che dare lustro al Consorzio. Spero che questa partnership possa proseguire»
Un augurio per il futuro del Franciacorta?
«Più che un augurio, è un appello: bisogna insistere sulla qualità e sulle tipicità. Il satèn, ad esempio, è una nostra prerogativa e dovremmo crederci di più. Un discorso simile va fatto per l’erbamat. Se vogliamo dei vini che esprimano il territorio dobbiamo sfruttare quello che abbiamo di caratteristico. Sono sicuro che ci vorrà un po’ di tempo, ma credo sia la strada più intelligente da percorrere».
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