Cronaca

Cedegolo, il Cai ricorda Bonali 35 anni dopo la conquista dell’Everest

Fu uno dei più grandi alpinisti italiani, nel 1991 divenne il primo italiano a raggiungere la vetta più alta del mondo con uno stile essenziale e puro
Giuliana Mossoni
Bonali ai piedi dell'Everest
Bonali ai piedi dell'Everest

A trentacinque anni dalla conquista dell’Everest, la Valcamonica ricorda Battistino Bonali non solo come uno dei più grandi alpinisti italiani, ma anche come un uomo capace di trasformare un’impresa estrema in una testimonianza di solidarietà e fede.

Era il 17 maggio 1991 quando Bonali, originario di Bienno, raggiunse la vetta più alta del mondo insieme al compagno di spedizione Leopold Sulovský. Un’impresa entrata nella storia dell’alpinismo perché compiuta senza ossigeno supplementare, senza portatori e lungo una variante particolarmente impegnativa della via australiana, superato integralmente per la prima volta proprio in quell’occasione.

Il significato

Con quella salita Bonali divenne il primo italiano e il più giovane alpinista al mondo a raggiungere l’Everest con uno stile essenziale e puro. Ma ciò che ancora oggi rende viva la sua memoria è il suo modo di vivere la montagna, che viene ricordato e portato a esempio ancora oggi.

A farne memoria è, in questi giorni, in particolare il Cai di Cedegolo, intitolato proprio a Bonali: «Per noi è una presenza viva e concreta, soprattutto per le nuove generazioni che si avvicinano alla montagna – afferma la da poco rinnovata presidente Caterina Facchini –. È motivo di orgoglio e gratitudine averlo avuto tra i nostri soci. Il suo esempio continua a essere uno stimolo per tutti, soprattutto per i giovani».

Il messaggio

Durante la spedizione himalayana del 1991 Bonali dimostrò di mettere l’umanità davanti all’ambizione personale. Prima dell’attacco finale alla vetta non esitò a fermarsi per aiutare due compagni in difficoltà, sacrificando tempo ed energie preziose pur di soccorrerli.

E anche sulla cima del mondo non cercò la celebrazione: quel giorno il cielo era coperto dalle nuvole e Bonali confessò la propria amarezza non per la fatica affrontata, ma perché «non riusciva a vedere l’infinito che aveva sognato». Rimane storica la fotografia scattata sulla cima: inginocchiato nella neve, piccolo davanti all’immensità dell’Himalaya, con in mano un semplice drappo con la scritta «Grazie Dio».

Quella storica impresa, Bonali, l’aveva dedicata a «tutti i giovani di Bienno, a chi non ha un senso nella vita, a chi non crede in nulla, a chi vuole amare, a chi vuole vivere con semplicità e purezza. Voglio farcela per chi mi aspetta a casa, per chi mi ama».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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