C’era una volta un gruppo di amici che aspirava a fare della musica una professione. Come lavorare in banca, solo con la chitarra. Erano gli anni d’oro del beat e del pop; e loro erano giovani di belle speranze che concepivano i sogni come realtà concrete.
Passione e ambizione
«Eravamo una ventina di ragazzi all’inizio degli anni Ottanta – racconta Franco Pagnoni, che di quel gruppetto era il leader –, un momento di grande fermento musicale in Italia, come nella nostra città. Non ci bastava strimpellare per passione: avevamo l’ambizione di far diventare la nostra passione un mestiere. Ovvero dare un profilo imprenditoriale all’attività musicale, con la dignità di qualsiasi altra professione». Un progetto più facile a dirsi che a farsi. Basti pensare che all’epoca, nel nostro Paese, non esisteva nulla del genere. «C’erano associazioni musicali para-dilettantistiche che, però, non avevano nessun interesse a sviluppare un discorso professionale – dice – . Ma visto che nel nostro gruppo c’era chi aveva esperienze nel mondo della cooperazione, abbiamo pensato di incamminarci su questa strada».




