Al maestro Allevi il premio dell’Ail: «Senza più maschere noi siamo luce»
Quando il mondo gli è crollato addosso ha provato a scrivere «mieloma» con le note. Come aveva fatto Bach in quel Contrappunto 14 che era stata l’ossessione della sua giovinezza. «Mentre i miei coetanei pensavano ad altro, io m’ero fissato su quella melodia di quattro note - si bemolle, la, do, si naturale - che era la firma del maestro al suo capolavoro incompiuto». Comincia da qui Giovanni Allevi per raccontare la sua malattia. Parte da lontano, dal 1750, chiedendo al pubblico riunito in San Cristo il permesso di prenderla alla lontana.
Da sofferenza a dono
Sotto le volte della «Sistina» bresciana, la 19esima edizione del gala dell’Ail ospita il compositore, pianista e maestro che ha trasformato la sua sofferenza in un dono, anzi nove, come ha raccontato nel libro «I nove doni: sulla via della felicità». Opera che, insieme al suo esempio di vita, ha spinto l’associazione guidata dal dottor Giu seppe Navoni ad assegnargli il Premio al merito per la lotta alle leucemie, linfomi e mielomi. Un riconoscimento che in questi anni ha celebrato il valore di quanti - medici e volontari, ricercatori e sportivi, bambini e giornalisti, artisti e religiose - si sono spesi per testimoniare, contrastare, raccontare o vincere la malattia. E che ieri gli è stato consegnato dalle mani di suor Anna Zamboni.
Opera per violoncello
«Quando ho ricevuto la diagnosi di mieloma - riannoda i fili Allevi - ho sentito quel nome per la prima volta. Dopo lo sgomento iniziale, non ho pensato alla morte e nemmeno alla sofferenza. Mi sono invece chiesto che note scaturissero da quella parola di sette lettere. Ne è emersa una melodia dolce e romantica: una meraviglia. Questo frammento musicale mi ha portato via da un momento drammatico, salvandomi dalla disperazione».
Così mentre intraprendeva il percorso di cure e la lunga degenza, il maestro si poneva l’obiettivo di comporre un’opera che rappresentasse un diario di viaggio: «Quando ho varcato la soglia della mia camera d’ospedale, ero quasi emozionato all’idea di potermici dedicare. In quel momento non ero in grado di utilizzare le mani per suonare il piano. E così ho deciso scrivere un componimento per violoncello e orchestra da dirigere una volta guarito. Peccato che ho poi scoperto che dalla mia malattia non si guarisce mai».
Oltre le reticenze
Si definisce «un gatto sotto la credenza» come metafora della sua timidezza. Ma nonostante le reticenze caratteriali si racconta senza remore al pubblico bresciano, sollecitato dalle domande di Anna Della Moretta: «Quando per la prima volta sono entrato nella sala d’aspetto dell’Ematologia, all’Istituto dei Tumori di Milano, che è poi è diventato praticamente casa mia, mi sentivo spiazzato. Mi ha accolto un brusio subito quietato, ma dopo un po’ un signore ha alzato il braccio e ha proferito una frase bellissima. Ha detto: "Qui siamo tutti uguali". Non era una considerazione amara, ma piuttosto una sorta di benvenuto. Un modo per dirmi che non contava chi fossi o da dove venissi. Per me è stato dirompente: ho iniziato a respirare come non facevo da mesi. In quel momento ho capito che stavano cadendo tutte le maschere. Per tutta la mia vita avevo cercato di difendere la mia identità e la mia immagine pubblica. E improvvisamente, in quel momento, ho realizzato che, crollati tutti i travestimenti, noi siamo luce; noi siamo infinito. Siamo una sorgente straordinaria di vita».

Una consapevolezza che, insieme agli altri doni che la malattia gli ha inaspettatamente recapitato, ha trasformato il suo modo di vivere: «Ho cambiato il mio sguardo sul mondo, recuperando lo stupore incantato del bambino e riscoprendo le straordinarie bellezze del creato». Un modus che per Allevi è diventata pure missione. «Viviamo in una società antalgica, ma la sofferenza è il nucleo più profondo e autentico dell’essere umano. Se esistiamo in uno stato di costante intrattenimento, non ci è concesso di entrare in contatto col nostro vero io. Affrontare in pubblico queste tematiche è un po’ una missione. Voglio suscitare entusiasmo e scatenare gioia di vivere. Voglio far sentire a chi soffre che è parte di un mondo autentico, dove non conta il giudizio altrui, ma il nuovo percorso di vita che siamo capaci di costruirci».
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