Cronaca

Perché la Lombardia dice di avere bisogno di nuove discariche di amianto

Al 2027 restano 1,3 milioni di metri cubi da archiviare: il sistema è «sotto pressione», ma il 41% dei rifiuti arriva da fuori regione
Operai rimuovono dell'amianto - © www.giornaledibrescia.it
Operai rimuovono dell'amianto - © www.giornaledibrescia.it
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Il vento non fa politica: non vota piani regionali, non declina direttive europee, non partecipa alle commissioni ambiente. Eppure, negli ultimi anni, è stato uno dei principali alleati della bonifica dell’amianto a Brescia. Le tempeste hanno sollevato coperture, strappato lamiere, fatto volare via pezzi di capannoni che resistevano dagli anni Sessanta. E sotto, quasi sempre, c’era «lui»: cemento-amianto. La fibra «incorruttibile» che ha costruito un pezzo di miracolo industriale e che oggi resta lì, sottile e a volte impercettibile come la polvere, a ricordarci quanto può essere lungo il conto del progresso.

Insomma, l’amianto non è una questione relegata al secolo scorso, né un residuo industriale confinato nelle fotografie in bianco e nero. È ancora qui: sui tetti dei capannoni, nei cortili delle scuole dismesse, nei manufatti che invecchiano. E nei numeri.

Conto aperto

Prima i numeri, che aiutano sempre a dare una dimensione concreta a dossier umani che paiono tanto interminabili quanto sfuggenti. Iniziamo dalle buone notizie: negli ultimi anni, l’Agenzia di tutela della salute di Brescia (Ats) ha registrato un balzo impressionante nelle rimozioni. In cifre: 17,2 milioni di chilogrammi di amianto eliminati in un anno, contro i 7,7 milioni del 2022.

L’aumento riguarda sia la matrice compatta (tradotto: le lastre ancora intatte e non danneggiate) sia quella friabile (la più arcigna e pericolosa). La bonifica accelera perché il territorio viene toccato di più: cantieri Tav, superbonus, reti idriche, rigenerazione urbana. Basti pensare che in Lombardia nel 2023 (ultimo inventario dettagliato disponibile) sono state, a cascata, «prodotte» 56.446 tonnellate di rifiuti contenenti amianto, il 93,6% delle quali in forma compatta: la nostra provincia è la seconda produttrice regionale di rifiuti contenenti amianto (8.914 tonnellate, pari al 15,3%) e, insieme, Milano (15.326 tonnellate), Brescia e Bergamo (6.797) rappresentano oltre la metà dell’intera produzione regionale.

Sulla carta, l’obiettivo è ambizioso: rimozione completa entro il 2027, anno della fine del cosiddetto «Piano amianto». Ma i numeri raccontano una partita meno lineare (ed ecco qui l’inizio del teorema di notizie non proprio entusiasmanti). Nonostante questo passo nello smaltimento (che – va detto – arriva comunque con un ritardo non indifferente), il censimento regionale conta ancora 217.585 siti con presenza di amianto. Significa che abbiamo circa 1,3 milioni di metri cubi ancora da avviare a smaltimento «tra il 2021 e il 2027» recita il dossier, con un fabbisogno medio annuo di 180-190 mila metri cubi.

Il cruccio vero non è tanto quanto resta sotto i tetti (la «contabilità» è per buona parte mappata e monitorata), quanto dove effettivamente finirà quello che togliamo.

Cortocircuito

Nel 2022-23 le due discariche lombarde dedicate hanno smaltito complessivamente 136.292 tonnellate di rifiuti contenenti amianto: la Ecoeternit di Montichiari ne ha sotterrate 80.776, la Acta a Ferrera di Erbognone 55.525. E il 41,3% arrivava da altre regioni: in particolare da Veneto (16.979 tonnellate), Emilia-Romagna (11.935 tonnellate), Toscana (8.270) e Piemonte (6.009). Il paradosso è tutto qui: mentre la Regione aggiorna i piani per smaltire il proprio amianto residuo, la Lombardia continua a essere uno dei principali snodi nazionali per l’amianto degli altri.

Tutto lineare quindi? Non proprio. Oggi il sistema impiantistico regionale ha una capacità residua stimata in circa 950mila metri cubi, ma il fabbisogno complessivo per chiudere la partita supera 1,3 milioni di metri cubi. Significa che mancano all’appello almeno 350mila metri cubi di volumetrie di discarica. Il problema dello smaltimento diventa quindi anche strutturale: operatori e imprese segnalano da tempo criticità legate alla disponibilità di impianti e alla saturazione delle discariche. Se la produzione di rifiuti da bonifica aumenta – perché finalmente si rimuove – il sistema deve essere in grado di assorbirla. La crepa nel racconto ufficiale non è nei numeri, è nel loro incastro.

E qui subentra lo snodo politico, perché nel suo report la Regione lo scrive in modo cristallino: la ricerca di nuove volumetrie «riveste carattere di priorità». Tradotto: ampliamenti o nuove discariche. Mentre si parla di territorio «amianto free», il sistema ammette che serviranno altri spazi per stipare il materiale rimosso perché si continua a stipare nei nostri impianti gli scarti importati da fuori regione. (Anche) per questo l’amianto – dal punto di vista ambientale e amministrativo – non è un «capitolo chiuso», ma continua ad essere un conto aperto, che si sposta dai tetti alle discariche, da una regione all’altra, da un decennio al successivo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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