Adamello, cosa succede se si riduce l’estensione del Parco

Sul sentiero che sale da Cevo, il rumore più forte è quello dei propri passi. Nel cuore della Valcamonica, l’inverno si ritira con lentezza. La montagna non ha fretta. La politica, stavolta, sì. La Lega della Valcamonica ha proposto di ridurre i confini del parco regionale e di utilizzare come spartiacque i 1.600 metri. L’associazione che scatta immediatamente è: meno tutela, più costruzioni; meno paesaggio, più progetti. Ma è davvero così? Cosa implica, in pratica, rivedere i confini del Parco?
Lo scenario
Per comprendere la portata della proposta leghista, bisogna immergersi nella vita concreta di chi lavora e vive dentro i confini del Parco dell’Adamello. Siamo al centro della catena alpina, nelle Alpi Retiche: 510 chilometri quadrati (51mila ettari) dal Passo del Tonale a quello di Crocedomini; a est il confine è lo stesso che segna il passaggio tra Lombardia e Trentino, a ovest si mantiene poco al di sopra della sponda sinistra dell’Oglio, il quinto fiume italiano per lunghezza.
Qui, ogni scelta è filtrata da un principio guida: la tutela del paesaggio e della biodiversità. Costruire una nuova casa, aprire una strada forestale, o persino recintare un prato non è mai un gesto automatico, ma un processo sottoposto a valutazione. Serve il permesso dell’ente parco. Serve dimostrare che quell’azione non altererà l’ambiente, che non minaccerà specie protette o equilibri secolari.
Il paesaggio che cambia
Inutile negarlo: fuori da quei confini, il paesaggio cambia. E non solo in senso visivo. Cambia la logica. Il terreno smette di essere un bene collettivo da preservare e torna a essere un lotto da valorizzare. Se la proposta della Lega passasse, quelle stesse aree oggi protette diventerebbero terreno ordinario. Cioè? Sotto i 1.600 metri, i vincoli ambientali attuali cadrebbero, non quelli naturalistici.
I sindaci, attraverso i Pgt, anziché gli enti parco, tornerebbero a decidere cosa si può fare e cosa no: una nuova lottizzazione turistica, una valorizzazione, una riqualificazione. Non più necessità di compatibilità ecologica, ma semplice conformità ai regolamenti edilizi comunali, per natura (e ovunque) più permissivi rispetto a quelli che caratterizzano un’area protetta.
Timori
Qual è la grande paura? Che insieme ai vincoli cada una visione e che le logiche a breve termine, guidate dalla pressione di uno sviluppo economico (tradotto: costruire, vendere, attrarre) vincano sulle prospettive lunghe che un parco regionale obbliga a mantenere. Ecco perché la proposta fa discutere a tutti i livelli da decenni ed ecco perché non rappresenta solo una linea su una mappa. È una scelta di campo.
Una linea di frattura tra due idee di montagna: una come bene da tramandare e da tenere al sicuro, l’altra come risorsa da sviluppare (o, come dice chi è contrario all’operazione, da «sfruttare») dal punto di vista economico. Per i sostenitori della proposta in Valcamonica, «non si tratta di cementificare, ma di dare respiro alle attività locali, spesso soffocate da vincoli assurdi», oltre che «mantenere vivo il parco».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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