Al femminile

Un funerale diverso, tra musica e pasticcini

Il vero timore che ci consuma è quello di non essere ricordati
Augusta Amolini

Augusta Amolini

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Una bara in un funerale
Una bara in un funerale

Sul telefono compare il nome di Atina, ma la voce all’apparecchio è quella di sua figlia. Una chiamata breve, per informare che la camera ardente della mamma è stata allestita nel suo appartamento. Giusy, con una malinconia addosso che quasi le fa male, esce per compiere la triste visita.

In casa, invece di un ferale silenzio, si diffonde una piacevole musica proveniente dalla stanza in cui la salma dell’amica è stata composta. Il ritmo distoglie dal senso opprimente della morte, mentre la luce e i grandi mazzi di rose bianche rendono quel momento singolare. Un paio di signore, sedute su un antico divano, chiacchierano sorseggiando caffè; altre piluccano pasticcini da un grande vassoio e, a tratti, l’aroma di pasta frolla rimanda più a un tè pomeridiano che a un estremo saluto.

A Giusy quell’odore ricorda la tradizione del «cuonzolo», quando in Sicilia amici e vicini portavano cibo, caffè e dolcetti alle famiglie in lutto per consolarle. Si sofferma a guardare le fotografie dei viaggi che scorrono su uno schermo, nelle quali l’amica appare felice, ancora vivissima. Ed è proprio la musica a sottolineare dei momenti belli che, probabilmente, appartengono ai ricordi migliori della sua vita.

Per quell’ultimo ricevimento ogni dettaglio è stato scelto con cura; anche l’abito esprime una volontà precisa di lasciare la vita con leggerezza. Il vestito rosso in seta indiana, con disegni floreali, e una collana di canottiglie con perline rosse e d’oro riflettono, con un tocco di allegria, lo stile della sua passata esistenza. Così, dopo una preghiera intima, le amiche non si sono limitate a lasciare una firma sul registro e, riaprendo una corrispondenza spirituale, hanno scritto lunghi pensieri affettuosi.

In conclusione, tutti immaginano il proprio funerale; solo qualcuno però ne definisce i contorni in modo particolare. Lo fece anche Anton Cechov, che diede l’addio alla vita bevendo un bicchiere di champagne. Ma a rendere involontariamente singolare la sua scomparsa fu però il caldo estivo: la bara, dalla Germania, fu portata a Mosca nella cella frigorifera di un treno merci e, sul vagone, pare ci fosse la scritta: «trasporto di ostriche».

Diciamocelo: il vero timore che ci consuma è quello di non essere ricordati. Comincia nelle assenze non notate, nella perdita sottile dei legami quando si svanisce nella memoria degli altri e, talvolta, si viene dimenticati da vivi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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