Non si è mai certi di niente

Si pensa che la tipica giornata di un capo sia piena di grane. A dispetto di questa premessa, l’ambizione di diventare un re leone e comandare nella savana urbana è alquanto sentita.
Il successo però è dovuto molto al caso, abbastanza alle giuste conoscenze e tanto alla bravura. Un capo, oltre alla capacità gestionale, deve essere resiliente alla valanga di rogne in agguato. Chi decide per gli altri non ha bisogno di muscoli ma di conoscere il senso del vento per capire come gira il fumo. Insomma, chi cammina sotto i temporali deve procurarsi l’ombrello se vuole restare asciutto.
Sui muri degli uffici spesso si trova una tabella che riporta le differenze fra capo e leader, mettendone a confronto l’apertura (mentale) quasi fosse a tempo come per certe casseforti. La legenda non indica in modo obiettivo la necessità di chi comanda di munirsi di una corazza resistente alle critiche, agli urti della rivalità e alla solitudine.
Lavorare con dei collaboratori che pensano di avere il «diritto al mugugno», come i camalli del porto di Genova, non è mai allentante. La cosa vale anche al contrario per i gregari che tirano la corsa e, alla fine dell’anno, non ricevono neppure il giusto riconoscimento.
Svolgere un lavoro magro di soddisfazioni ingrassa solo lo stress. Si ammalano tanto gli impiegati dentro un open space, quanto il funzionario o la direttrice con la poltrona in pelle ai piani alti. Non basta un digestivo per spegnere il bruciore di stomaco che insorge quando si è di guardia «all’Eden», come i cherubini con quattro facce e due paia di ali. Pochi lo riconoscono.
Alti o bassi gli incarichi hanno tutti un termine. Finiscono nonostante la strenua difesa con le unghie limate dalla diplomazia e i denti affilati dalle competenze. Solo i più accorti predispongono un piano B che renda quasi piacevole lo scivolamento verso la portineria.
Identificarsi con un ruolo o una professione a lungo andare apre le crepe della relatività del tempo. Te ne accorgi quando scopri che poco si crea e tutto si distrugge. Prendo spunto dalle api che lavorano operosamente per il meraviglioso equilibrio dell’alveare e vivono pochi giorni senza desiderare (forse) di essere l’ape regina. A questi insetti sociali piacerà davvero andare di fiore in fiore? Non si è mai certi di niente. Proverò a chiederlo a ChatGPT.
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