Al femminile

Chi sei lo dice il colore della tua voce

Il tono è come la punteggiatura di una frase: in un’epoca di guerre, è strano immaginare l’intonazione data da un uomo che ordina l’invio di missili o bombe intelligenti
Augusta Amolini

Augusta Amolini

Commentatrice

Anche la voce ha un suo colore preciso fatto di toni e di sfumature - Foto Unsplash
Anche la voce ha un suo colore preciso fatto di toni e di sfumature - Foto Unsplash

Chi è convinto che l’apparenza inganna non tiene conto del fatto che viviamo dentro case di vetro e siamo molto più trasparenti di quanto crediamo. La postura, il nostro gesticolare o anche il solo modo di respirare può essere facilmente decifrato da chi conosce il linguaggio non verbale.

Anche la voce ha un suo colore preciso fatto di toni e di sfumature che gli uomini adattano al loro umore, alle circostanze o a seconda della convenienza. Un colore che non si vede con gli occhi ma si percepisce attraverso gli organi di senso quando le emozioni sfuggono al controllo della ragione.

Se il rosso esprime le passioni di pancia il verde comunica la fiducia per ciò che è più vicino al cuore. Il giallo invece è collegato al sorriso, all’amicizia e alle affinità nel modo di essere, mentre il blu simboleggia l’intelletto e l’autorevolezza.

Il tono è come la punteggiatura di una frase, dove una virgola posizionata in modo sbagliato può cambiare il senso delle nostre intenzioni.

È strano immaginare l’intonazione data da un uomo che ordina l’invio di missili o bombe intelligenti, che così tanto intelligenti poi non sono, visto che colpiscono palazzi abitati da civili. Si sente una stretta dentro ascoltando le grida della gente che vive con la morte sulla soglia e le abitudini ridotte in macerie. Nessuno riesce mai ad assuefarsi alla voce colorata di nero che caratterizza la tristezza e l’aggressività.

Da lontano assistiamo a un progressivo aumento della pace che non c’è e, angustiati dalle notizie, cambiamo canale per allontanare la paura che la guerra possa coinvolgere anche a noi. Poi, impastando in modo approssimativo i confini, la storia e i destini di tante vittime che non avevano colpe, misuriamo la distanza che ci separa, e amen.

Molti dei feriti non indossano una divisa, ma in ognuno di loro il dolore ha fatto crescere una coscienza collettiva coltivata con le armi.

Sono uomini e donne, vecchi e bambini, perfetti sconosciuti che non si conoscono e probabilmente non si incontreranno mai, nemici per nascita o per appartenenza a un credo o a un’etnia diversa le cui voci colorano di nero gli stessi pensieri.

«I bambini che hanno visto la guerra sono l’unica speranza di pace». Non abbiamo altro su cui sperare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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