I primi anni ‘50 a Brescia: case, strade e lavoro per ripartire

Case, strade, lavoro. Sono parole chiave per definire le principali istanze dei primi anni ’50 nel Bresciano. Un quinquennio segnato ancora dai guasti della guerra ma indirizzato verso l’agognata ripresa. Ci fosse un’opera da eleggere a emblema sarebbe la galleria cittadina Tito Speri. Una nuova lingua d’asfalto che collega il centro ai futuri quartieri del capoluogo, spazi da rendere in fretta abitabili a una popolazione privata dal conflitto di 5.172 case, senza contare le 6.720 lesionate e le 23.203 danneggiate: numeri di cui dà conto il GdB del 30 settembre 1952 nella cronaca di un Consiglio comunale.

A San Bartolomeo, Chiusure, porta Cremona e Mompiano le aree acquistate dalla Loggia per edificare, ricorrendo a un mutuo della Cassa Depositi e Prestiti da 200 milioni di lire. Quel varco sotto il Cidneo, i cui lavori hanno preso avvio nel 1943 quale rifugio antiaereo, vengono completati solo nel 1951: il 28 aprile la Jaguar di Clemente Biondetti, campionissimo della Mille Miglia, attraversa i 420 metri del tunnel che unisce ora il centro alla zona nord, come ribadisce il GdB, ricco di foto dell’evento. A nord c’è ben poco, ma la città ha fame di case. E se nel cuore della Leonessa, ferito dalle bombe, si vanno levando i primi condomini, oltre il colle del Castello la campagna inizia a cambiare volto. Con nuovi complessi edilizi (il mito del grattacielo, soluzione ideale vista l’urgenza abitativa, fatica a erodere il sogno della casetta con giardino) e moderni servizi.
Il Civile
È a ridosso di Mompiano che si levano infatti i primi tre padiglioni dell’Ospedale Civile. Progettato nel 1938, è inaugurato il 10 dicembre 1950. Il 5 marzo seguente una paziente del reparto di ginecologia è la prima della storia, ricorda il quotidiano, che il 19 dicembre del 1953 registra invece la definitiva dismissione del vecchio ospedale di via Moretto. Ridare un tetto ai bresciani – di città come di provincia – è la priorità, come evidenzia un articolo del 20 dicembre 1952 secondo cui i soli enti pubblici hanno realizzato, dal 1946, 179 nuovi fabbricati e 281 ampliamenti, per un totale di 6.764 vani utili e 5.838 fra cucine, bagni, ripostigli, ecc.

C’è il Piano Fanfani a garantire sostegno economico alla ricostruzione: il GdB fissa al 14 luglio 1950 la consegna dei primi otto alloggi ad altrettanti dipendenti della Banca S. Paolo che ha messo a disposizione l’area di via Piemonte, immobili da ripagare in 20-25 anni «con canoni mensili complessivi di circa mille lire a vano. Complessi sorgono in tutta la provincia: la cronaca li colloca ad Adro come a Villanuova, a Manerbio come a Sarezzo. Il 20 settembre 1953 il ministro Fanfani è a Brescia per inaugurare il «villaggio Nuova Badia»: il nome non inganni, è in realtà il quartiere di via Chiusure di Padre Bevilacqua. A breve arricchito dal «Muratore di Dio»: padre Ottorino Marcolini, che il 28 novembre 1953 fonda la coop La Famiglia.
Disoccupazione
Se l’emergenza abitativa incombe, il quadro economico generale non è esaltante. Anzi. Il 6 dicembre 1952 il GdB diffonde l’esito sconfortante di un rapporto della Camera di Commercio: la nostra provincia è ai primi posti in Italia per numero di disoccupati (ad un tasso del 6,68%, il doppio di Milano ferma al 3,37%), in assenza di ammortizzatori sociali. L’industria rialza la testa, scommettendo sul tessile e sull’alimentare, mentre la siderurgia fatica attestandosi a livelli inferiori a quelli prebellici (dai 3,75 miliardi di lire di produzione del 1939 si è scesi al 2,64%). Tanto che gli occupati nelle fabbriche sono di due punti percentuali in meno. Ancora a pieno regime opera l’Assistenza Post-bellica: ricorrenti gli annunci sulle colonne del GdB relativi alla distribuzione gratuita di indumenti e altri beni «per i reduci muniti di apposito libretto».

Ma la tendenza si va invertendo. Nella primavera 1953 una fotonotizia Allegri dà conto della sparizione di un mestiere sorto con la guerra: quello dei «ciccaioli», fabbricatori di sigarette con resti di «cicche» raccolte. E a fronte delle ristrettezze, nuovi prodotti si affacciano sul mercato. Lo raccontano le inserzioni pubblicitarie: l’«Emporio frigoriferi» di via Paganora, la «Casa dello Scooter» di corso Cavour che propone il motore ausiliario per bicicletta, contro gli insetti è suggerito... il DDT («5 insetticidi in 1»: il famigerato Flit), i televisori Henderson si producono in via Campo Marte. Quanto alla produzione locale, un cenno merita il Leoncino: camion icona della Om, viene presentato il 1° maggio 1950 negli stabilimenti di via S. Eustacchio, presenti tutte le autorità.
Patria delle auto
Al riguardo, la motorizzazione – se non ancora di massa – è l’altro volto del quinquennio. A Brescia più che altrove. Lo attestano almeno due circostanze. Si progettano grandi arterie per collegare la Leonessa alle città del Nord Italia, su tutte la Brescia-Padova, prolungamento della Brescia-Milano: il 10 giugno 1952 viene costituita una società ad hoc, di cui – racconta il nostro quotidiano – entra a far parte anche la Provincia. Ma c’è pure la prima ipotesi della Autostrada della Valtrompia: ne dà conto il GdB il 27 aprile dello stesso anno. La avanza l’Ente provinciale per la Montagna, presieduto dall’on. Lodovico Montini: un collegamento tra Brescia e Gardone Vt basato sul progetto dell’ing. Egidio Dabbeni (ad oggi l’opera è ancora cantiere, 73 anni dopo…).

Ma al contempo, l’urgenza di una moderna mobilità è attestato dall’impressionante tasso di motorizzazione del Bresciano, culla della Mille Miglia: per veicoli circolanti – spiega il GdB il 19 agosto 1951, riportando statistiche dell’anno precedente, pone la nostra provincia all’ottavo posto in Italia, superata solo da metropoli come Milano, Roma, Torino, Genova, Napoli, Firenze, Bologna. Sono enumerati 15.539 veicoli a motore, tra cui 6.325 auto private, 4.237 autocarri (75 i bus) e 3.475 moto. Le immatricolazioni volano sul filo delle 1.700 l’anno, con il 90% dei mezzi privati di marca Fiat.
Quanti incidenti
Un tale parco circolante non poteva portare con sé risvolti negativi. Su tutti, il numero elevatissimo di incidenti stradali. Lo evidenzia il GdB del 4 maggio 1953 con un «Invito alla prudenza» che addebita «all’indisciplina e alla velocità» i troppi decessi riscontrati: 35 nel solo mese precedente. E a confermare l’emergenza nel quinquennio sono due clamorosi episodi: nella strage di Pisogne, il 2 giugno 1951, perdono la vita 13 degli occupanti di una corriera travolta da una littorina al passaggio a livello in località Stanghe (dipendenti di una ditta bergamasca in gita); nella tragedia dell’autocarro militare precipitato il 20 luglio 1954 mentre dal Gavia scendeva verso Ponte di Legno, muoiono 18 alpini, quattro bresciani. Il prezzo amaro di una modernità che non abbiamo ancora finito di pagare.
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