Morire per sport. Facendo sport. Tragedie non isolate, trasversali a molte discipline, in questo caso al ciclismo. La morte di Fabio Casartelli, già campione olimpico, al Tour de France fece scalpore e generò apprensione perché pareva alle spalle il tempo dei corridori scavezzacollo in sella a due ruote di tenuta incerta su strade sterrate in angoli sperduti del mondo.
Gli anni Novanta erano quelli della tecnologia, dell’attenzione maniacale ad ogni dettaglio. Non bastarono. Il vincitore dei Giochi di Barcellona, da pochi giorni venticinquenne, restò immobile sull’asfalto dopo aver sbattuto su un blocco di cemento, durante una delle leggendarie tappe pirenaiche. E nulla lo riportò in vita, nemmeno le lacrime di campioni quali Pantani e Chiappucci che in quel tour puntavano in alto.



