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Dialektika

Il dialetto bresciano, le sue varianti, il tempo che corre e le tracce di un passato che se ne va impigliate nelle parole

DIALÈKTIKA

Quando l'aria soffia, una parola tira l'altra


Storie
Dialektika
8 ott 2018, 06:28

La partenza della Mille Miglia in viale Rebuffone nel 1930 - Foto © www.giornaledibrescia.it

«Arda ché come só tiràda ’nsèma. Sömèe la Maria dei spaèncc». Mentre apre la porta all’amica inattesa, la mia arzilla dirimpettaia in ciabatte si aggiusta la treèrsa e sistema la permanente canuta e ribelle. «Sìe dré a pasà el paimènt, g’hó amó töcc i caèi en pé». La mancanza di aplomb non le impedisce però di dedicare tempo e parole all’amica. Èvisibilmente felice per la visita: «Senò tìre mai föra èl fiàt con nüssü».

Bella questa perifrasi del tirar fuori il fiato come sinonimo del parlare. Non è un caso che col significato di profferir verbo il dialetto bresciano ricorre spesso anche al termine bofà, la cui radice è la stessa dell’italiano bufera. «Ma se g’hó gnà bofàt...» dice chi intende rivendicare la dignità compunta del proprio silenzio. Quindi non è solo la parola che soffia, che bófa, ma anche il vento. Ecco allora in alta Valcamonica che la tormenta gelida che porta in giro sbuffi di neve viene chiamata bulfì. Ed ecco che la stessa radice si nasconde anche sotto la toponomastica - ad esempio - di Buffalora, il quartiere a sud est della città. L’origine del nome non ha nulla di buffo, ma semplicemente indica il luogo dove soffia (bófa) l’óra ( che è, anche sul Garda, la brezza che con l’inversione termica nasce tra il mezzogiorno e l’una).

Stessi riferimenti per il Rebuffone in città, composto da re- (rivo, torrente) e dal richiamo all’aria dai Ronchi. Intanto la mia arzilla dirimpettaia in ciabatte non ha ancora smesso «de tirà föra el fiàt» con l’amica. Se non le ferma nessuno, quelle due, altro che buffalora. Almeno un’ora e mezza.

 

 

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