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Edoardo Bortolotti, sempre nei cuori


Sport
2 set 2014, 22:38
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Sono passati diciannove anni da quel 2 settembre 1995. Sono le 9 di un sabato mattina apparentemente normale. Edoardo Bortolotti si è svegliato da poco e va a prendere una boccata d’aria sul terrazzo del suo appartamento di Gavardo. In casa non c’è nessuno, papà Giacomo «era uscito qualche minuto a portare a spasso il cane» ricorderà mamma Rita qualche anno dopo in un’intervista al nostro giornale. Una boccata d’aria sul terrazzo non riesce a scacciare i fantasmi del passato, non allontana gli incubi di una carriera finita come nessuno si sarebbe aspettato. 
 
Edoardo sale sul davanzale, chiude gli occhi e si lascia andare. Ha vissuto solo 25 anni, ha visto la sua immagine nello specchio cambiare continuamente. Oggi viene ricordato nei cori degli ultras, dai giornalisti negli anniversari, da qualche articolo riportato da Internet.
 
Cresciuto nella Voluntas con Eugenio Corini e Luca Luzardi, debutta in B nel 1987. Jolly difensivo, preferibilmente terzino destro di spinta, Bortolotti impressiona tutti nelle prime uscite, ma ha bisogno di farsi le ossa: una stagione al Trento, in C1, può bastare. Dal 1989 è titolare nel Brescia, uno dei migliori giovani nel panorama nazionale. Cesare Maldini, ct dell’Under 21, se ne accorge e lo convoca, ma solo in 4 occasioni perché Edoardo ha un carattere particolare e non va a genio a tutti.
 
Le sue prestazioni con le rondinelle sono comunque in crescendo e le grandi squadre lo seguono: la Roma è la più interessata. È il gennaio 1991 e pare ci sia già l’accordo per il suo acquisto nella sessione estiva di mercato. Pare, perché tutto salta. Il 13 dello stesso mese, Bortolotti si scontra col centravanti della Lucchese Paci. La diagnosi parla di frattura del perone, la testa di Edo la traduce in «frantumazione di un sogno».
Torna comunque disponibile tre mesi dopo. Il 28 aprile ’91 è in panchina nella gara casalinga col Modena. Non viene impiegato da Bolchi: non avrebbe senso, dopo un infortunio così lungo. Edo viene però sorteggiato per il test antidoping. Un brivido gelido deve aver percorso la sua schiena. Quante volte, in quei giorni, deve aver immaginato con quali parole la Federazione avrebbe riferito al Brescia l’esito di quel test: «Vi comunichiamo che un vostro tesserato è stato trovato non negativo all’esame antidoping».
 
Cocaina. Colpa di brutti giri, di carnefici travestiti da finti amici, di gente che ha approfittato del suo carattere schivo, ma generoso, solitario ma bisognoso di condividere affetto e calore umano. Quindici mesi di squalifica, ridotti a dodici. Un anno di allenamenti senza scendere in campo, un anno di sofferenza senza rendere fiero chi aveva creduto in lui. Unica soddisfazione, una decina di minuti nel finale di Brescia-Ancona con la festa promozione della banda di Lucescu. 
 
Bortolotti non doveva subire quell’infortunio, doveva andare alla Roma, che ormai aveva dimenticato quell’accordo del gennaio ’91. Ma nel Brescia ’92-93 che si ripresenta in A c’è posto anche per lui. Non è titolare, ma nelle 11 partite che gioca i giudizi sono lusinghieri. In una di queste, però, a Cagliari, i fantasmi tornano a farsi vivi: viene espulso ingiustamente e il mondo gli crolla addosso ancora. (Guarda, da YouTube, la sintesi di quella partita). 
 
Stavolta non si riprende più. La successiva stagione passa in prestito al Palazzolo. Resiste quattro mesi, poi lascia la squadra. Va al Gavardo, si allena e fa qualche partita, ma sa di aver chiuso col calcio: si ritira a 24 anni. Lavora come magazziniere, ma anche questa esperienza dura poco. Edo non vive, cerca di mantenersi vivo. Ci riesce fino al 2 settembre ’95, quando sul davanzale chiude gli occhi davanti agli incubi del passato. Lui che avrebbe dovuto diventare un campione.
 
Qui sotto il Pdf della pagina del Giornale di Brescia, il giorno dopo la morte, e il Pdf della pagina realizzata per il decennale della scomparsa, con l'intervista alla famiglia.
 
Davide Zanelli

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