Scienza

Una luce 14 miliardi di anni fa

Vi è mai capitato di percorrere l'Universo nello spazio e nel tempo? Meglio se a condurvi per mano è il prof. George Smoot, astrofisico e cosmologo statunitense, insignito nel 2006 del premio Nobel per la Fisica condiviso con John Mather a seguito delle scoperte avvenute attraverso il satellite Cobe della Nasa, progetto da lui stesso proposto, che ha permesso di individuare leggere fluttuazioni nella radiazione cosmica di fondo evidenziate da minime variazioni di temperatura.

Il tutto è avvenuto vent'anni or sono e ha costituito un passo fondamentale per ricostruire le fasi iniziali di vita dell'Universo e avvalorare la teoria del Big Bang.
Gli studi sulla radiazione cosmica di fondo proseguono attraverso le osservazioni del satellite astronomico Planck, che rappresenta la terza generazione di osservatori spaziali, dopo Cobe e Wmap, con l'obiettivo di analizzare le piccole deviazioni (dette anisotropie) dal valore medio della temperatura del fondo cosmico a microonde.
Proprio da questi studi si pensa di poter desumere i parametri cosmologici fondamentali che descrivono le proprietà dell'universo, la sua geometria e il suo contenuto di materia ed energia.

Intanto, però, possediamo una mappa dell'universo visibile di rara suggestione, che ci consente di immaginare un'esplorazione lungo la scala spaziotemporale in grado di condurci alle soglie di 13,7 miliardi di anni fa, quando tutto ebbe inizio.
Un viaggio straordinario che George Smoot ha presentato in occasione della 14esima edizione del Premio Capo d'Orlando, riconoscimento scientifico assegnato dalla Fondazione Discepolo che prende il nome dalla località del comune di Vico Equense in Costiera sorrentina in cui sono stati rinvenuti rari pesci fossili del Cretaceo. Ed è su questo particolare che si muove la ricerca volta a determinare la nascita del nostro Universo e l'intrigante sviluppo dello spazio infinito.

«La presenza di un sito paleontologico tanto importante, arricchito dalla presenza del Museo Mineralogico Campano con reperti appartenenti alle più remote ere geologiche, ispira ad associare l'evoluzione del nostro pianeta con le tappe della nascita e formazione dell'Universo - ammette il prof. Smoot -. Se viaggiassimo alla velocità della luce, impiegheremmo centomila anni per uscire dalla Via Lattea. Gli astrofisici sono di fatto archeologi del cosmo. Oltre a ottenere la prova sperimentale che la radiazione nelle microonde del fondo cosmico è davvero la luce della nascita dell'Universo, il satellite Cobe ci ha consentito di trovare le impronte delle prime galassie, mentre con il telescopio spaziale Hubble siamo riusciti a mapparne 12mila».
All'Università californiana di Berkeley il prof. Smoot è impegnato a sviluppare la nuova generazione di rilevatori, per migliorarne l'accuratezza e la sensibilità in modo tale da poter scandagliare le fluttuazioni che hanno portato alla formazione delle galassie e analizzare lo spettro elettromagnetico per capire qual è la quantità di materia oscura presente e quale quella di materia ordinaria.

Con il termine oscuro s'intende ciò che non ha alcuna interazione elettromagnetica con la luce, un termine affascinante e senza dubbio interessante sotto il profilo dell'analisi e dello studio.

Oggi sappiamo che riusciamo a vedere solo il 4% dell'energia e della materia di tutto l'Universo.

Nel contempo si procede a mappare stelle e galassie: se ne stimano mezzo miliardo, ma probabilmente sono oltre il doppio e quindi la scienza deve continuare nella difficile opera di mappatura dell'Universo.

Un lavoro a dir poco immane, ma che deve essere fatto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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