Salute e benessere

Lotta serrata contro il virus

Con la terapia adeguata, il virus che causa l'epatite C è uno dei pochi che può essere eliminato dall'organismo. Cosa che non accade con i virus dell'epatite B e dell'Hiv, che porta all'Aids.

Per questo, ogni passo in avanti nella ricerca ha un peso e un significato che possono fare la differenza tra essere malati o guarire. Perché, se è vero che si tratta di uno dei pochi virus eliminabili, è altrettanto vero che, quando è presente, non dorme mai.
Il punto di svolta nella cura contro il virus dell'epatite C è segnato dalla messa a punto di una nuova molecola, un inibitore della proteasi «capostipite di una nuova classe di farmaci con un meccanismo d'azione rivoluzionario», come ha sottolineato Savino Bruno dell'Ospedale Fatebenfratelli e Oftalmico di Milano, coinvolto nelle prime sperimentazioni del farmaco.

La molecola, già utilizzata in Europa e disponibile in Italia entro la fine dell'anno, «agisce direttamente sulla struttura attraverso la quale il virus, una volta pervenuto all'interno dell'organismo, replica se stesso nelle cellule epatiche» aggiunge il dottor Bruno, presente all'incontro di presentazione del farmaco organizzato a Roma da Msd Italia.
La molecola boceprevir agisce direttamente sul virus ed è efficace contro l'Hcv di genotipo 1, il peggiore perché più refrattario ai trattamenti e anche perché rappresenta il 60% delle infezioni globali. La molecola, aggiunta alla terapia standard utilizzata nella cura dell'epatite C, riesce ad aumentare in modo significativo la percentuale di guarigione dei pazienti.

Sono circa 180mila nel mondo, anche se l'Italia e, in particolare, la provincia di Brescia, hanno un triste primato per numero di persone positive al virus dell'epatite C. A livello nazionale, ogni anno ci sono mille nuovi casi che si aggiungono al milione e mezzo di infezioni accertate e, ogni anno, si registrano ventimila decessi.
Un'infezione da non sottovalutare, dunque. Del resto, il virus Hcv è estremamente insidioso: dal momento dell'entrata nell'organismo, per un periodo anche molto lungo (20-30 anni), non si fa sentire. Ma, lentamente e inesorabilmente si diffonde nel fegato, replica massicciamente (in una persona infettata sono prodotti fino a mille miliardi di particelle virali al giorno), e causa l'uccisione delle cellule epatiche (ossia lavora, replica e distrugge, pur non facendosi notare). «Proprio il silenzio clinico di Hcv è l'elemento più insidioso in quanto, il più delle volte, la diagnosi d'infezione viene fatta quando ormai la malattia è in stadio avanzato (cirrosi o addirittura carcinoma epatico)» spiega Carlo Federico Perno, ordinario di Virologia all'Università Tor Vergata di Roma.
Il virus entra nel nostro organismo attraverso meccanismi diversissimi: dalle punture con oggetti contaminati da sangue o fluidi corporei infetti, a operazioni sanitarie o estetiche (interventi odontoiatrici, piercing, tatuaggi e così via) effettuate con materiale contaminato e non adeguatamente sterilizzato, fino ai rapporti sessuali.
Sebbene si ipotizzino delle cifre, il numero di persone infettate da Hcv è difficile da calcolare, in quanto esiste un enorme sommerso, derivato dalla latenza clinica del virus, che impedisce una diagnosi in tempo utile, a meno che essa avvenga quasi per caso (donazioni di sangue, interventi chirurgici, screening per la prevenzione delle malattie).

«È un peccato che sussista un così grande sommerso, dato che la diagnosi è facile, grazie ad un banale test sierologico che indica la presenza o meno di anticorpi anti-Hcv (quando ci sono gli anticorpi, il più delle volte c'è anche il virus Hcv) - continua Perno-. Un semplice screening, in cui, oltre al classico test per il diabete, il colesterolo, e l'anemia, si aggiungesse anche il test Hcv (costo 3 euro), permetterebbe di diagnosticare prima l'infezione e prevenire al meglio le sue conseguenze. Un terzo elemento, in prospettiva, è l'eliminazione del virus dalle persone infettate con la terapia antivirale. Se una persona è guarita da Hcv, non solo non progredisce la sua malattia, ma non avendo più il virus, non è più infettante».

Anna Della Moretta
medicina@giornaledibrescia.it

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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