Salute e benessere

L'Ematologia tra nuove terapie e qualità di vita

L'obiettivo è riuscire a guarire una percentuale maggiore di pazienti con linfoma rispetto a quelli che già guariscono con la chemio e la radioterapia. Questo grazie alla nuova generazione di anticorpi monoclonali che hanno rivoluzionato l'approccio terapeutico nei confronti dei linfomi e cambiato le aspettative di sopravvivenza dei malati. Una strada percorribile se a tutti i pazienti vengono garantite le stesse cure.

Intorno a questi obiettivi si è costituta nel 2008 la Rete ematologica lombarda cui aderiscono tutte le strutture sanitarie della Regione impegnate nella cura delle malattie del sangue quali leucemie, linfomi, mielomi, anemie, patologie emorragiche e trombotiche. Rete che oggi rappresenta un modello di riferimento nazionale e permette ai pazienti di beneficiare dei migliori percorsi diagnostico-terapeutici e di accedere alle terapie più innovative.

«La somministrazione sottocute di anticorpi monoclonali presenta indubbi vantaggi. Maggiore accettazione della terapia meno invasiva e più rapida: a fronte delle 5-6 ore di infusione endovenosa sono sufficienti meno di dieci minuti; risparmio di tempo per il paziente; meno ricoveri e, quindi, meno spese», afferma Giuseppe Rossi, direttore dell'Ematologia dell'Ospedale Civile di Brescia e responsabile della commissione delle leucemie acute all'interno della Rete ematologica. «Ma la qualità di vita passa anche attraverso nuove molecole in sperimentazione più potenti e sempre meglio tollerate, in quanto rivolte verso specifici bersagli molecolari» aggiunge.

I linfomi sono tumori del sistema linfatico e rappresentano la malattia oncoematologica più frequente. Nel mondo occidentale i linfomi non-Hodgkin sono il quinto tipo di tumore per diffusione e si prevede che nel 2030 saranno le neoplasie più diffuse a livello mondiale dal momento che negli ultimi vent'anni la loro incidenza è costantemente aumentata. Sono 12mila i nuovi casi l'anno in Italia. Anche se, fortunatamente, nell'ultimo periodo i progressi della scienza hanno permesso di ridurre dal 10 al 15% la mortalità per linfomi. Per il linfoma di Hodgkin i nuovi casi sono circa ottomila.
Al dottor Rossi chiediamo che cosa ha significato nello scenario terapeutico dei linfomi l'avvento degli anticorpi monoclonali e quali forme ne hanno beneficiato maggiormente.
L'arrivo degli anticorpi monoclonali, i più importanti fra i cosiddetti farmaci biologici, nei primi anni Novanta ha significato moltissimo, tanto da poter affermare che queste innovative molecole costruite con l'ingegneria genetica hanno rivoluzionato l'approccio terapeutico con cui fino a quel momento venivano trattati i linfomi.

L'anticorpo monoclonale più noto e più usato soprattutto nei linfomi non Hodgkin originati dalla linea B cellulare è senz'altro rituximab, autorizzato al momento per somministrazione endovenosa, che ha la capacità di legarsi all'antigene CD20 presente sulla membrana di tutte le cellule B, normali e linfomatose, inducendo la morte cellulare di queste ma risparmiando le altre cellule proliferanti normali che sono invece danneggiate quando si usa la chemioterapia.
Oggi vengono studiate nuove molecole e nuove modalità di somministrazione per il trattamento del linfoma: quali le principali novità?

Sono in fase avanzata gli studi clinici su nuove modalità di somministrazione degli anticorpi monoclonali. In particolare si studia la possibilità di somministrare rituximab per via sottocutanea. I risultati iniziali indicano indubbi vantaggi: maggiore accettazione della terapia meno invasiva e più rapida, a fronte delle 5-6 ore di infusione endovenosa sono sufficienti dieci minuti, risparmio di tempo per il paziente, meno ricoveri e costi ridotti per il Centro. Al tempo stesso, proseguono gli studi su altri anticorpi monoclonal che si spera possano risultare ancora più efficace e che si legano ad un altro recettore di membrana e portano direttamente nella cellula tumorale la sostanza tossica. Al momento le indicazioni d'uso clinico sono limitate ai linfomi di Hodgkin e al linfoma anaplastico che non rispondono alle terapie standard (chemio e trapianto). In fase iniziale di sperimentazione sono le cosiddette «small molecules», piccole molecole somministrate per via orale che spengono il segnale intracellulare di attivazione di cui hanno bisogno i linfociti B per funzionare e che è costantemente «acceso» in alcuni linfomi.

Quali benefici queste novità potranno comportare per i pazienti?
Siamo prossimi ad una svolta importante: il passaggio dall'era della chemioterapia che distrugge tutto, a quella di farmaci altamente selettivi che, oltre a risparmiare le cellule sane, assicurano una migliore qualità di vita al paziente. Questo non significa che non useremo più la chemioterapia, ma che avremo maggiori opportunità terapeutiche sempre più mirate al difetto molecolare o genetico del singolo linfoma. Naturalmente, così come è avvenuto per rituximab, anticorpo monoclonale del quale oggi conosciamo molto bene funzionamento, efficacia e possibili effetti indesiderati, dovranno trascorrere diversi anni per comprendere appieno le potenzialità e i possibili effetti collaterali dei farmaci in arrivo.

Anna Della Moretta

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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