Salute e benessere

Il lutto come anticamera della depressione

Il nuovo Manuale psichiatrico «concede» due settimane di dolore, poi è malattia

Il dolore per la morte di una persona cara è molto intenso. Si vivono momenti molto difficili che, tuttavia, diventano più sopportabili con il trascorrere del tempo. Sì, ma quanto tempo? Per quanti giorni, settimane o mesi si deve convivere con l'angoscia e il senso di vuoto lasciati dalla perdita? Per quanto tempo si può «star male» senza essere considerati malati? Ed il tempo del lutto può essere codificato, uguale per tutti? Il rischio, reale, è che le persone che vivono il dolore del lutto venissero «scambiate» per depresse e, magari, sottoposte alla prescrizione di antidepressivi.
È quanto paventato dalla rivista scientifica britannica Lancet in un editoriale che «si schiera contro» la Bibbia degli psichiatri di cui presto uscirà l'aggiornamento con tante novità poco rassicuranti.

Parliamo della quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5) della American Psychiatric Association, ovvero il manuale usato dagli specialisti per formulare diagnosi di malattie mentali in uscita nel 2013.
Nella bozza in divenire il dolore del lutto (che può portare chi lo vive in un temporaneo ma non patologico stato «depressivo») che perduri oltre le due settimane potrebbe venir classificato come depressione vera. Se la distinzione tra lutto e depressione cessa di esistere è chiaro che si apre la porta a un boom di diagnosi di depressione e si finirà per dare farmaci anche a chi non è veramente depresso.

«Il dolore del lutto può essere schiacciante, ma non è una malattia, è invece un evento normale della natura umana ed è pericoloso e semplicistico trattarlo come malattia» sostiene Lancet. Eppure, nella bozza della nuova edizione del DSM, sintomi come tristezza, sonnolenza, pianto, impossibilità a concentrarsi, mancanza di appetito che perdurino per un periodo superiore alle due settimane dopo il lutto (non vi sembrano poche due settimane di «dolore» per chi perde una persona cara?» potrebbero essere diagnosticati come depressione piuttosto che come una normale reazione alla perdita.
Il problema sollevato da Lancet non è l'unica critica mossa al DSM-5 da psichiatri di tutto il mondo; così com'è costruito, infatti, il Manuale può portare alla moltiplicazione delle malattie mentali, basti pensare che se la prima edizione del DSM (1952) conteneva solo 66 disturbi, con la II edizione i disturbi sono divenuti oltre 100. Dalla prima al DSM-IV i disturbi psichiatrici previsti dal manuale sono addirittura triplicati.
Sempre a proposito di lutto, in un lungo articolo di Virginia Hughes su «Scientific American», si sottolineano le due novità al proposito contenute nell'edizione in lavorazione del Manuale diagnostico.

La nuova diagnosi, che è bene accolta dalla comunità degli psichiatri, si riferisce a quei casi in cui il dolore psicologico per la perdita di una persona cara porti chi resta a pensare che la vita è priva di senso, a provare amarezza o rabbia per la perdita subita, e questo dopo che siano trascorsi sei mesi dal momento della perdita.

La diagnosi «controversa», contro la quale si schiera anche la rivista scientifica inglese Lancet, è invece quella incentrata sul primissimo periodo del lutto. Il consiglio che viene dato agli psichiatri è di prescrivere farmaci contro la depressione già durante le prime settimane dopo la morte della persona cara.

Nell'edizione attualmente in uso del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali si legge che una persona che abbia subito la perdita di un famigliare o di una persona cara non possa essere considerata «depressa» fino a che non siano trascorsi almeno due mesi a partire dall'inizio del lutto. Un'indicazione, ovviamente, che gli specialisti devono valutare caso per caso.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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