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La domanda delle domande 

Da dove parto? L’esperienza Luxor 


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Industria 4.0
23 mar 2017, 15:01

CARPENEDOLO. I primi ordini in acquisto sono dell’altro ieri. Le prime macchine, i nuovi software. In tre anni, la Luxor di Carpenedolo-Montichiari stima di investire 3 milioni circa per avviare il processo di digitalizzazione. «Alcune macchine le dobbiamo acquistare nuove. Ma dobbiamo sapere che molte si possono digitalizzare. Per questa ragione io penso che ci sia spazio anche per i piccoli».

A Fabio Astori, guida della Luxor (e anche vicepresidente Aib e di Federmeccanica), una domanda semplice, ma che è un po’ la domanda delle domande per le nostre Pmi: benissimo, viva il digitale. Ma io da dove parto?

Con Project Group. E Astori racconta la sua storia, da dove è partito lui e la sua azienda attiva nella produzione di componenti termosanitari, un centinaio di addetti, 37 milioni di fatturato per il 60% all’export.

Le avvisaglie che qualcosa stava arrivando risalgono a due anni fa, poco più. Astori si documenta, prepara una sorta di dossier. «Apriamo un tavolo in azienda. Un gruppo di lavoro per capire di cosa fosse questo 4.0 con l’aiuto della Project Group di Brescia, che è una società di consulenza che conosciamo da più di dieci anni. «Cominciamo a mettere in ordine le informazioni, a capire soprattutto da dove si poteva partire, se avessimo in azienda già qualcosa di 4.0 e soprattutto che cosa servisse di nuovo e che cosa si potesse, diciamo così, digitalizzare mantenendo la struttura delle macchine».

La nostra via. E siete arrivati a concludere che...? «Beh, anzitutto la mia idea è che una via italiana al 4.0 è possibile. I tedeschi hanno grandi aziende, il 98% delle nostre è Pmi. E noi ci siamo detti che la cosa si poteva fare, che la trasformazione di alcune macchine alla tecnologia digitale era fattibile. E quindi ci siamo dati una sorta di cronoprogramma su quanto si poteva e doveva fare. «Aggiungo: in questo passaggio è bene avere rapporti con i produttori di macchine, loro fanno ricerca e sviluppo. E considerando che spesso sono produttori di taglia non grandissima a noi va bene, perchè ti possono assistere meglio. Anche questa è una specificità italiana che va valorizzata».

E la testa? Lei fa riferimento alle macchine ma oggi ci diciamo un po’ tutti che il 4.0 è una questione di testa, di formazione. Qual è stata la reazione dei suoi? «Scetticismo nella fase iniziale. Poi devo dire che c’è stato entusiasmo, si è acquisita responsabilità perchè serve più responsabilità per gestire e lavorare nella nuova fabbrica e serve allargare il rapporto anche oltre la fabbrica.

Si riferisce ai clienti? «Ai clienti ma anche ai fornitori. Ecco: io penso che uno dei vantaggi del 4.0 per noi italiani è la necessità di trasferire anche ai fornitori (spesso realtà più piccole) quel che la capofila sta facendo. E quindi è tutta la filiera che si avvantaggia, che cresce».

C’è una riflessione aggiuntiva. D’accordo, avanti col 4.0, miglioriamo efficienza, faremo in meno tempo quel che adesso facciamo. Mi pare che il focus sia per la gran parte sul risparmio dei costi.

I tempi e la Cina. «Questo è un aspetto, ovviamente. Io non so se produrrò in minor tempo. Certo devo diventare più efficiente perchè se devo tenere a debita distanza i cinesi, ad esempio, devo fare di più con meno. Ma io penso che se il 4.0 mi consolida e magari mi apre mercati più ricchi, dove avrò più margini, ecco che ho raggiunto il mio obiettivo: crescere su mercati più ricchi, con margini più alti». //

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