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Ambiente

LO STUDIO

La peggiore siccità degli ultimi 250 anni, in Europa


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11 ago 2020, 16:19
Siccità nel sud della Francia, a Carros - Foto Ansa/Epa/Sebastien Nogier © www.giornaledibrescia.it

Siccità nel sud della Francia, a Carros - Foto Ansa/Epa/Sebastien Nogier © www.giornaledibrescia.it

I cambiamenti climatici minacciano di lasciare a secco l'Europa: le ondate di siccità record, come quella avvenuta fra il 2018 e il 2019, rischiano infatti di diventare sempre più frequenti entro la fine del secolo se non verranno ridotte le emissioni di gas serra. A lanciare l'allerta è uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports dal Centro Helmholtz per la ricerca ambientale di Lipsia in collaborazione con l'università ceca di Scienze della vita a Praga. Esaminando i dati che descrivono l'andamento del clima globale fra il 1766 al 2019, i ricercatori hanno dimostrato che la siccità del biennio 2018-2019 non ha avuto precedenti negli ultimi 250 anni: ha colpito oltre il 50% dell'Europa centrale, risultando l'ondata più estesa e disastrosa che sia mai stata registrata, superiore addirittura a quella del 1949-1950 che interessò un'area più piccola (pari al 33%). Gli effetti sulla vegetazione sono stati ancora più pesanti rispetto alla siccità del 2003. Tutto ciò mentre anche in questi giorni il continente è attraversato da ondate di caldo e periodi di siccità, dalla Germania alla Francia.

Tornando allo studio, sia l'estate 2018 che quella 2019 sono state più asciutte della media, ed entrambe si piazzano sul podio delle tre estati più bollenti mai registrate, senza contare che proprio il 2019 è stato l’anno più caldo di sempre in Europa. Grazie alle simulazioni al computer, gli esperti hanno provato a valutare la frequenza di simili eventi nei prossimi decenni: nello scenario peggiore, cioè quello che ipotizza il maggiore incremento delle emissioni di gas serra, il numero di bienni siccitosi è destinato ad aumentare addirittura di sette volte nella seconda metà del secolo (tra il 2051 e il 2100), mentre le aree coltivate colpite potrebbero salire a oltre 40 milioni di ettari. In caso di incrementi lievi o moderati delle emissioni, invece, gli effetti sul clima potrebbero essere più limitati: per questo i ricercatori sottolineano la necessità di adottare strategie di contenimento per ridurre il rischio. 

«Con l'innalzamento delle temperature aumenta anche l'evapotraspirazione dei suoli, che diventano più aridi», spiega Maurizio Maugeri, climatologo dell'Università Statale di Milano. «Lo abbiamo recentemente osservato anche sul fiume Adda: confrontando le precipitazioni mensili con gli afflussi idrici giornalieri in entrata e uscita dal lago di Como dall'Ottocento a oggi, emerge che le portate dell'Adda sono diminuite del 20% circa a fronte di una riduzione delle precipitazioni molto più contenuta, pari al 5%. Il fenomeno, che abbiamo descritto in uno studio sulla rivista International Journal of Climatology, è inquadrabile nel contesto generale del forte cambiamento climatico che sta interessando il territorio italiano».

 

 

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