La gomma bucata, un aiuto insperato e torna la fiducia
In un’epoca in cui le pagine di cronaca sono purtroppo sature di notizie sconfortanti, sento il bisogno profondo di condividere, attraverso il giornale, una storia a lieto fine che mi è capitata proprio oggi. Una di quelle vicende semplici, ma straordinarie, che riconciliano con il genere umano e dimostrano che la «brava gente» esiste ancora. Sono una dinamica cinquantenne e oggi stavo percorrendo la via Triumplina. All’altezza di Villa Carcina, a causa di un detrito metallico perso da uno dei tanti cantieri che costellano questa trafficatissima arteria della Val Trompia, la mia gomma si è bucata in modo irrimediabile. Presa dal panico e decisamente disperata - dato che alle 15.00 dovevo tassativamente essere al lavoro - sono riuscita ad accostare. La coincidenza ha voluto che mi fermassi proprio accanto a un’officina di meccanici di camion. Senza troppe speranze, sono entrata a chiedere aiuto. Ed è qui che è iniziata la magia. Tre generazioni di meccanici - un ragazzo di trent’anni, un sessantenne e un incredibile signore classe 1937 - hanno interrotto il lavoro che stavano facendo per dedicarsi interamente a me, una perfetta sconosciuta. Mentre il più giovane si è messo all’opera per smontare la ruota e il sessantenne è salito in auto per correre da un amico gommista a cercare una soluzione, io sono rimasta in officina in compagnia del capostipite, il signore del ’37. È stato un momento meraviglioso. Tra una parola e l’altra, commuovendosi fino alle lacrime in più occasioni, mi ha raccontato la sua storia. Ha iniziato a lavorare a soli 11 anni, pochi giorni dopo aver finito le elementari, andando a bottega da un meccanico vicino a casa. Ricorda ancora quando sua madre, alle otto del mattino, comprò la stoffa per la divisa da lavoro e alle dieci l’aveva già cucita: alle dieci e un quarto lui era ormai in officina. Mi ha raccontato di quando soffriva perché i suoi cugini, in altre officine, prendevano una paghetta di 100 o 200 lire, mentre lui non riceveva nulla. All’epoca i «maestri» erano gelosi del mestiere, non insegnavano volentieri. Ma suo padre lo incoraggiò con parole lungimiranti: «Non preoccuparti, tu guarda e impara. I tuoi cugini prendono 200 lire oggi e prenderanno 200 lire anche domani. Tu oggi non prendi nulla, ma imparando il mestiere ti costruirai un futuro indipendente». E così è stato: quell’undicenne tenace è riuscito nel tempo a comprare il terreno, costruire un grande capannone e avviare l’attività che ancora oggi continua. Nel giro di appena mezz’ora, il figlio è tornato con una gomma provvisoria e il giovane l’ha rimontata. La parte più incredibile? Non volevano nemmeno essere pagati. Non mi hanno chiesto un documento, né un soldo, fidandosi ciecamente della mia promessa di riportare la ruota tra qualche giorno, non appena il mio gommista la sostituirà. Ovviamente, vinta dall’imbarazzo per tanta generosità, ho insistito per lasciare almeno un pensiero. Cosa insegna questa mia disavventura trasformata in dono? Insegna che l’umanità, l’empatia e la solidarietà artigiana, radicata profondamente nella nostra cultura bresciana, sono valori più vivi che mai. Un grazie di cuore a questi tre straordinari uomini che non solo mi hanno salvata da un grande impiccio lavorativo, ma mi hanno rincuorato l’anima.
Lettera firmata
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