Ho 88 anni e mi interrogo sulla longevità
Leggo sempre con interesse la rubrica del dottor Rozzini perché parla spesso della vecchiaia, ma cosa cambia se la chiamiamo longevità? Da persona molto anziana (ho 88 anni) temo che lasciamo passare l’idea che si può «non morire». Quando ero piccola, la mamma o più spesso la nonna mi portavano a salutare i parenti morti, non avevo paura della morte, ma sentivo parlare di sofferenza, quella mi spaventava. L’ho vista mentre mio padre moriva e pensavo, questo si deve evitare. Allungare la vita statisticamente non ha alcun senso. È forse piacevole fare ogni giorno lo slalom tra compresse, gocce, esami di ogni tipo e dolore? Perché non si parla del «fine vita», non di omicidio ma di fine della vita. Quando mio padre tra atroci sofferenze (non c’erano cure palliative) mi guardava e vicino a me una piccola suora mi suggeriva «chieda l’aiuto di Santa Liberata che lo libererà da questa tortura» e io pregavo per amore che finisse presto. Un passaggio sereno, una vita dignitosa credo sia lecito per me chiederlo. Opinioni diverse riferite a sé stessi dov’è il «peccato»? La mia è una riflessione personale. Ho pure il sospetto che noi anziani (vecchi) siamo un grande affare, arricchiamo un esercito di cliniche, società farmaceutiche, non voglio pensare persone singole.
Lettera firmata
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