Poliziotti da una parte, ultrà dall'altra, il viso nascosto (gli uni e gli altri) ma con una verità palese che pensieri, anima e cuore raccontano. Perché ci sono attimi, allo stadio, in cui l'adrenalina è la medesima, che in mano si abbia una cinghia, un sasso o un manganello.
A raccontarlo è Riccardo Gazzaniga nel suo «A viso coperto», romanzo che gli ha permesso di vincere un anno fa il Premio Italo Calvino. Gazzaniga, 36 anni, è sovrintendente della Polizia di stato e lavora nella caserma di Bolzaneto. Non a caso quindi Genova è la città in cui si sviluppa la storia, la tifoseria del Genoa quella che diventa protagonista. La novità nel romanzo di Gazzaniga sta nel trovare un racconto minuzioso e preciso che per una volta arriva «dall'altra parte», da chi insomma materialmente indossa divisa e casco e allo stadio o alle manifestazioni ci va per lavoro. E descrive, anche se in forma romanzata, una realtà esistente: quella di due mondi diversi, a cui non mancano però punti di contatto o amicizie trasversali.
Il libro viaggia su due binari destinati spesso a incrociarsi: ci sono gli ultrà che pianificano gli scontri, ci sono i poliziotti che studiano come prevenirli; e poi c'è l'omertà, o meglio la volontà di «coprire» l'amico, molto spesso paragonato a un fratello, che abbia la divisa o la sciarpa rossoblù. Passaggi in cui Gazzaniga riporta ad «Acab» di Carlo Bonini, o ai libri di Cass Pennant, ex hooligan del West Ham ora scrittore di romanzi-verità sul mondo delle tifoserie inglesi.
L'autore, è evidente, conosce bene i movimenti dei celerini in alcune circostanze e li racconta con grande precisione, la stessa però che mette nei capitoli in cui le «Facce Coperte», gruppo ultrà che deve farsi conoscere attraverso le azioni, decidono quali strategie adottare. Segno di chi si è ben documentato sulle dinamiche del mondo ultrà prima di trasformarle in racconto.
Nelle oltre 500 pagine lo stadio si interseca con la piazza e con qualche rimando al G8 di Genova, gli amori e le preoccupazioni dei poliziotti hanno identici percorsi rispetto a quelli di chi sta dall'altra parte della barricata. Tra questi c'è Lisca, il tifoso che deve introdurre uno striscione «proibito» all'interno dello stadio Ferraris, ma che non riesce nella missione. Da lì in avanti la sua storia sembra sovrapporsi nella sua tragicità a quella purtroppo tremendamente reale di Paolo Scaroni, il tifoso del Brescia picchiato da alcuni poliziotti alla stazione di Verona nel 2006.
Lisca diventa il pretesto per una battaglia cittadina, quella che porta ai ripensamenti di chi usa la violenza (in maniera stupida e gratuita) per avere giustizia (e visibilità), ma anche quella che fa riflettere coloro che l'ordine pubblico lo devono mantenere ogni giorno.
Gianluca Magro
g.magro@giornaledibrescia.it
Poliziotti e ultras raccontati «a viso coperto»
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