Già quel «Sushi sotto la Mole», al commissario Giorgio Paludi, era rimasto pesante. Pesantissimo, anzi, col carico di inquietudini e solitudine che gli aveva lasciato sulle spalle. Dopo quell'indagine il nostro sbirro «nato il giorno dei Santi» e creato da Fabio Beccaccini (che, proprio come Paludi, è un ligure trapiantato a Torino) è letteralmente stato inghiottito da uno di quei tremendi «periodi no», i quali, tra amori finiti e solitudini più o meno accentuate, vengono ingigantiti e resi ancor più duri dalla costante presenza dell'alcol. La fiaschetta del liquore, sua compagna fin dalle prime ore del mattino, segna inesorabilmente i confini di una disillusione, umana e professionale, apparentemente irreversibile.
In questo scenario di macerie del cuore nasce «Ultimi fuochi per Paludi», romanzo nel quale il Commissario e la sua squadra (ovvero il medico legale Lucentini, col vizio delle barzellette a luci rosse, e l'ispettore Anastasi, narcolettico e, di conseguenza, a rischio sonnellino in ogni dove) incappano in una bella palude criminosa. Utilizzando la tecnica del conto alla rovescia, Beccacini parte proprio dal giorno in cui tutto l'affresco delle indagini si può dire compiuto, ricostruendo poi la vicenda da venticinque giorni prima. Si parte da un ragazzo straniero lanciato nel vuoto e «atterrato» su una macchina parcheggiata dove non avrebbe dovuto (ma questo è solo un artificio letterario, svelato qualche pagina dopo). Un incidente, un regolamento di conti?
Paludi, tra un sorso di rum e nottate senza sonno, scava quasi controvoglia, arrivando ben presto a capire che qualcosa non quadra proprio. Ma mentre il Commissario si arrovella nelle zone più malfamate della città, c'è anche chi - come il dottor Amati - aspetta che arrivi il giorno della propria morte. Ricchissimo grazie alla produzione di armi, eletto in Parlamento, vizioso e - soprattutto - con una zona d'ombra nel proprio passato (un rapimento dai contorni oscuri che, alla fine, si rivelerà il suo fatale fardello), Amati vaga tra le pagine come un fantasma stordito e confuso, alla ricerca di un qualcosa che possa sgravarlo da un peso opprimente, che si porta dietro da tanti anni.
Del resto, la sua vita familiare, non ha nulla di confortevole e, quando viene ritrovato cadavere, l'unico interesse è quello di coprire possibili scandali, possibili turbamenti del suo buon nome nella Torino bene.
Mentre Paludi, avanzando al buio, intravede qualche filo logico per arrivare a capo dei due casi, incappa in una donna, Neve, un'immigrata dal lavoro traballante e con un fratello sordomuto innamorato di lei. Ed è proprio il ragazzo, Marian, che si rivela essere un testimone chiave nel caso «Oro Rosso», legato ad una serie di furti di rame che hanno a che fare con il primo cadavere che Paludi trova sulla sua strada.
Come si fa a combattere il male che ti divora a colpi di speranze, di illusioni? I freschi baci di Neve paiono lenire le botte che rendono livido il cuore del Commissario. L'indagine brillantemente risolta, la morte del dottor Amati - frutto di un rito orgiastico - derubricata a qualcosa di più «dignitoso», le carezze di Neve. Cosa può andare storto? Un sussulto di troppo al cuore, che se dorme da tempo non va messo troppo sotto pressione. Nemmeno per una buona causa.
Malinconico e dolente, «Ultimi fuochi per Paludi» corrobora la verve narrativa di Fabio Beccacini, che con un linguaggio disinibito e senza paura di... sporcare le parole, ampia e leviga le sfaccettature di questo Commissario dalle mille difficoltà. Esistenziali e pratiche (vedi lo sfratto), ma comunque non bastevoli a fargli invertire la rotta rispetto al suo modo di vivere. Qualche caduta di stile, pur se rara, rende forse ancor più umani protagonista e narratore. Forse è questo il segreto di Paludi.
Rosario Rampulla
Ultimi fuochi per Paludi
Fabio Beccacini
Fratelli Frilli
286 pagine, 18 euro
La solitudine del poliziotto Paludi

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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