Brescia e Hinterland

Poste Italiane: piccoli uffici a rischio

L'azienda Poste Italiane conferma il piano di razionalizzazione. La Valcamonica è tra le zone più colpite.
Un ufficio di Poste Italiane
Un ufficio di Poste Italiane

«Se mi chiedete se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto, vi rispondo che non so più neppure se il bicchiere c'è». È la dichiarazione di uno dei sindaci camuni all'uscita dell'incontro di ieri mattina con i rappresentanti di Poste Italiane, convocata nella sede di Acb Servizi. «Se avevo dei timori che molti sportelli postali potessero chiudere o, soprattutto, subire delle forti contrazioni nelle aperture, ora ho la certezza» è la frase che ha il sapore amaro della consapevolezza che nel Bresciano le poste razionalizzeranno nel giro di poco tempo molti loro presidi.
 

L'incontro di mercoledì - una fase interlocutoria nel dialogo aperto con l'azienda - ha permesso al territorio di capire meglio quali sono le intenzioni di Poste, senza però avere i dettagli su modi e tempi.


Tutto ha preso origine la Vigilia di Natale, quando la società ha comunicato in via unilaterale e senza preavviso la chiusura dal 24 al 31 dicembre di 36 sportelli, per i sindacati e gli amministratori pubblici una probabile «prova generale in vista di un futuro abbandono». Sul piede di guerra sono scesi subito i sindaci camuni (almeno dieci uffici a rischio sono in Valcamonica), che hanno minacciato di far saltare i contratti d'affitto degli uffici postali, quasi tutti ubicati in immobili comunali, qualora la volontà fosse stata confermata. Da qui l'incontro di ieri, dal quale è emerso che i numeri e le prestazioni di questi piccoli uffici sono al di sotto degli standard minimi richiesti dall'azienda.

La soluzione quindi è tagliare, ma con qualche distinguo: «Per legge - ha riferito il presidente della Comunità montana camuna Corrado Tomasi - pare che Poste debba garantire almeno uno sportello aperto per comune». Questo significa che si potrebbero chiudere solo quegli uffici che hanno sede nelle frazioni (per ora una decina nel Bresciano), ma non tutti quelli che - pur non raggiungendo la soglia minima delle prestazioni - sono l'unico presidio all'interno di un comune. Questi ultimi, però, subiranno delle forti contrazioni negli orari di apertura, garantendo solo quindici ore a settimana.


«Abbiamo chiesto a Poste di fare il possibile per continuare a offrire un servizio a chi continua a presidiare il territorio montano - spiega Tomasi -. Va cioè garantita una presenza anche minima. Per il resto, comprendo che è poco difendibile un servizio nettamente in perdita. Resta però aperta la questione del mantenere la popolazione in montagna: come fare, se la si priva dei servizi?».


Nettamente più preoccupati sono i sindaci dei piccoli Comuni, che lentamente si vedono sottrarre i presidi: prima l'asilo, poi le scuole, le farmacie e ora la posta. «Non possiamo essere sottoposti alla pura e semplice legge del mercato e dei numeri - afferma i sindaco di Vione Mauro Testini -, ma qui la riflessione si ampia e coinvolge tutti, a iniziare dalla Regione, che deve decidere se le piccole realtà devono ancora esistere o se è meglio cancellarle». Il sindaco di Ossimo Cristian Farisè crede che l'unica strada percorribile sia quella del dialogo, per salvare almeno i servizi essenziali.

Giuliana Mossoni

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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