Brescia e Hinterland

Lavagnone, resti umani di 3.500 anni fa

Nuova scoperta degli archeologi nel sito palafitticolo: trovate parti ossee di un cranio probabilmente di una giovane donna.

Vera dopo Gabry. Sono molto probabilmente di una ragazza, adulta ma di giovane d’età, i resti della mandibola e di parte del cranio rinvenuti nel corso degli scavi effettuati dall’Università di Milano nella palafitta del Lavagnone, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Sono queste le prime informazioni emerse dopo la scoperta dei resti, scoperta che ha un notevole interesse ai fini della ricostruzione dei riti e delle credenze magico-religiose dell’epoca.

Così dopo il teschio di Gabri, un piccolo di 3 anni d’età rinvenuto negli scavi della palafitta di Lucone a Polpenazze risalenti a quasi 4.000 anni fa, ecco riemergere Vera (così l’abbiamo chiamata), nuovo frammento della storia del popolo dei laghi al quale sono dedicate le due mostre ai musei di Desenzano e Gavardo che resteranno visitabili tutta l’estate.

Le novità sono pubblicate sul sito della Direzione generale per le antichità, dove appare un resoconto dei risultati delle campagne di scavo del 2011 e 2012. E proprio l’estate scorsa nei livelli del Bronzo Medio I avanzato, databili verso il 1550-1500 a. C., sono stati scoperti alcuni resti umani risalenti dunque a 3.560 anni fa. Si tratta di un frammento del parietale sinistro all’incrocio tra sutura sagittale e sutura coronale, e di una mandibola completa, appartenenti a un individuo adulto, ma di età giovane, forse di sesso femminile.

Nell’età del Bronzo le ossa degli antenati erano oggetto di manipolazioni, soprattutto il cranio veniva asportato e collocato nel villaggio, oggetto di culto e con funzione apotropaica, atta cioè a allontanare e scongiurare influssi maligni. Spesso la teca cranica veniva ritagliata per ricavarne rondelle e pendagli, che dovevano costituire potenti amuleti. Le indagini negli ultimi due anni si sono focalizzate sulla media età del Bronzo (1600-1300 a. C.). I livelli riferibili a questa età costituiscono la parte superiore del deposito archeologico. La campagna del luglio 2012 è stata condotta dall’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali, su concessione rilasciata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. Il finanziamento delle ricerche degli ultimi anni deriva esclusivamente dai fondi stanziati dall’ateneo milanese.

E grazie al rinvenimento dei resti, in fase di ulteriore studio, si è aggiunto un altro tassello alle conoscenze degli antenati gardesani unitamente a quelli di Gabry rinvenuti nello scavo del laghetto di Lucone a Polpenazze. Di Gabry si sa che il teschio appartenne ad un piccolo di 3-4 anni stroncato nel 1969 a. C. (anno fissato con certezza dagli esami dendrologici) da un’otite acuita da una forma di anemia. Ora attraverso il Dna si potrà stabilire il sesso.

Ennio Moruzzi

 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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