Brescia e Hinterland

Arnaldo - Le donne e il contagio mafioso

“Le donne sono il filtro contro il contagio mafioso”
 di Sara Agliardi IIF, Liceo Classico Arnaldo

 Michele Prestipino, procuratore aggiunto dell’ Antimafia di Reggio Calabria, invitato dal gruppo “I giovani e la memoria” del Liceo Arnaldo, ha tenuto una conferenza presso l’Auditorium San Barnaba il 27 marzo scorso.
Basandosi sulla propria esperienza personale, il magistrato ha proposto una riflessione riguardo ciò che circonda ed alimenta la mafia, soffermandosi infine, in seguito alla domanda di una studentessa, sul ruolo delle donne nell’organizzazione mafiosa. Secondo il magistrato in tale contesto queste ultime non hanno un ruolo attivo ma sottendono al substrato dell’organizzazione come portatrici  e propagatrici dei valori e delle tradizioni mafiose e come tali hanno la possibilità di bloccare il “contagio” criminale agendo sull’educazione dei figli.

Ad un primo approccio tale tesi potrebbe risultare paradossale: in una organizzazione tradizionalmente patriarcale e maschilista, è difficile immaginare donne con un ruolo attivo. In realtà la questione è più complessa. Teresa Principato, Sostituto Procuratore Direzione Nazionale Antimafia scrive: «Le donne sono state sempre le custodi, coloro a cui è stata affidata la conservazione e la trasmissione dei valori mafiosi. Ecco perché si sono rivelate nel tempo sicuramente più conservatrici dei loro uomini…».

Il ruolo della donna in relazione alla mafia infatti è molto più vario di quanto potrebbe apparire, in particolare negli ultimi anni: numerosi i casi di donne con ruoli attivi nell’organizzazione criminale in particolare come sostitute dei mariti boss reclusi. Secondo i dati del Ministero della Giustizia del 30 giugno scorso, le donne detenute per violazione dell'articolo 41 bis del codice penale riguardante l’associazione mafiosa erano 84: 47 in attesa di giudizio, 11 condannate in primo grado, una in appello e 25 con pena definitiva.

Pare quindi che il ruolo della donna sia andato definendosi, nel bene e nel male. Scrive Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra: «Le donne che in passato hanno raramente avuto una parte decisiva nella vita dei mafiosi, hanno assunto un ruolo determinante: sono decise e sicure di sé, sono entrate in rotta di collisione con il mondo chiuso, oscuro, tragico e ripiegato su se stesso di Cosa Nostra»
Emblematica la vicenda di Carmela Iuculano, moglie di Pino Rizzo, nipote di Rosolino Rizzo, capomafia di Cerda e collaboratore di Nino Giuffrè, il braccio destro di Bernardo Provenzano. Maltrattata per anni, diventa collaboratrice del marito, ma per amore dei figli si pente e denuncia.

“I miei figli devono vedere cosa è il bene e cosa il male, io l’ho imparato quando ho iniziato a collaborare, a 31 anni, e non è giusto che i miei figli crescano come sono stata cresciuta io.”
Tale testimonianza, riportata al tribunale di Palermo il 13 marzo 2006, è emblematica: la chiave di volta della opposizione femminile al sistema mafia è nei figli.
L’amore materno si rivela per la prima volta come un muro difensivo contro la criminalità e la morte nella testimonianza di Serafina Battaglia: Palermo, 30 gennaio 1962, l’assassinio del figlio Salvatore la convince a denunciare:
“Che penso della mafia? Che fa schifo…questo penso della mafia, che fa schifo”  è il suo urlo di dolore.

Come lei denunciano Vita Rugnetta e Michela Buscemi nell’ ‘86, denuncia Rita Atria  nel ’74 seguita da Felicia Impastato, per citarne solo alcune.
 Una coscienza più lucida e un’indole probabilmente meno legata al denaro e più ai valori dell’amore e della giustizia fa delle donne strenue oppositrici alla mafia e strumento valido di cambiamento e coscienza civile in grado di estirpare il problema dall’interno.

«Certo dovremmo ancora per molto tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso, per lungo tempo, non per l’eternità. Perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio e una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».
Da Cose di Cosa Nostra di Giovanni Falcone

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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