BRESCIA
L'idea viene alla fine della chiacchierata. Anche per questo si parla, ci si confronta. Si parla e si parla e poi, quando sembra che manchi l'idea sintetica, quella che a noi fa comodo per farci il titolo, eccola che arriva: «Ribaltiamo il problema. Diamoci un obiettivo: come fare per fare arrivare da Lione a Brescia uno studente universitario? Che cosa potremmo offrirgli? Che tipo di città, che servizi, che costi, che qualità della scuola? Se riusciamo con i vari Francois e Fabienne allora è fatta: perché vorrà dire che Brescia avrà standard e appeal europei e i nostri ragazzi se ne staranno qui a studiare».
Roberto Verganti è docente di Gestione dell'Innovazione al Politecnico di Milano; ha passato un anno abbondante negli Usa, ad insegnare all'università di Harvard, adesso è a quella di Copenhagen, dove è visiting professor. Il suo ultimo libro - «Design-Driven Innovation» - è stato pubblicato dalla Harvard Business Press e in Italia nella collana di management della Etas.
La sua idea base, quella che sviluppa nel libro, è che «bisogna cambiare le regole della competizione innovando radicalmente il significato di prodotti e dei servizi».
Un esempio classico: le scarpe di ginnastica non sono la versione più economica delle scarpe di vernice: sono altro. Altro esempio: la prima Panda era talmente brutta da far quasi tenerezza. Eppure la Pandina conquistò il mercato perché significava «utilità ed essenzialità». Pensare i significati, per l'appunto, più che le funzioni.
Professore, forse ho già perso il filo del discorso. Che c'entra il design con il nostro studente francese?
«C'entra poco, in effetti. Ma io non ho scritto un libro sul design. Il mio è un libro di management. Io parlo di design riportando al senso originario del termine: dare un senso, un significato alle cose. In questo senso quel che abbiamo detto ha... senso. E cioè: dobbiamo ridare un perché - un significato - alle città, alla nostra città in questo caso».
Ma che significa dare un «significato» a Brescia?
«In Italia arrivano tantissimi stranieri. Si sa che siamo una nazione che può offrire molto al turista. Anche Brescia è una bella città. Però non è attrattiva, ad esempio, per gli studenti stranieri. Ma non mi stupisco: poche città italiane lo sono. E invece vedo migliaia e migliaia di studenti italiani che vanno all'estero.
Ne parla come se si trattasse di un'emigrazione
«Lo è. Fino a qualche anno fa si trattava di qualche centinaio. Poi c'è stato l'Erasmus e poi l'euro. Gli studenti hanno capito che spostarsi è più facile. Una volta che hanno deciso di lasciare la propria città, che sia andare a Bologna o Roma o andare a Londra, Barcellona o Copenaghen cambia poco
È la fuga dei cervelli...
«No, è uno spostamento di massa. Qualche centinaia di cervelli "scappano", ma migliaia di studenti italiani più semplicemente - e drammaticamente - emigrano perché all'estero trovano condizioni migliori e andare e venire non costa poi granché. Sa una cosa? Il volo Milano-Roma costa almeno tre volte tanto il Milano-Copenaghen. E costa persino di più il treno per Roma che il volo per Copenaghen. E poi c'è la questione retributiva: mediamente all'estero un laureato prende il doppio che in Italia.
Già, ma in questo modo ci impoveriamo
«È così. Per l'individuo andare all'estero può essere un'opportunità, per il Paese è un disastro. È urgente un'inversione di tendenza, uno scatto, una politica nuova. E invece vedo che capita come con la rana cinese: siamo in ammollo e non ci rendiamo conto che stiamo bollendo. Quando ce ne accorgeremo sarà tardi.
E quindi sarebbe necessario questo scatto, questo progetto di rendere Brescia più attrattiva, da farne una città con un «significato». Sembra una cosa un po' vaga...
«Per nulla. Visto che parliamo di università facciamo un caso a noi vicino. Trento, un po 'di anni fa, ha deciso di diventare un città "universitaria" e si è data un progetto: sedi, sale lettura, servizi agli studenti, pensionati, affitti convenzionati, ha investito per attrarre professori, fa accordi con grandi università europee e americane. Questo è un progetto: ridefinire la funzione di una città, ridarle nuovi significati».
Perché non lo si fa? Intendo dire: a suo parere che cosa ci manca per poterlo ideare e far decollare?
«Servirebbero degli "eretici", dei visionari. Gente che sa guardare un po' più lontano.
Nella città di Arnaldo, sa, gli eretici...
«Ne abbiamo avuti. Io in realtà li chiamo "innovatori radicali". Sono coloro che hanno un progetto, che pensano che sia il meglio per la città e cercano di farlo. Se ne fregano, per dirla chiara, della contingenza politica, dell'oggi. Sono capaci a guardare lontano e portano a buon fine i loro progetti. Padre Marcolini ne è un esempio: lui aveva in testa un certo tipo di città, un certo modo di abitare e lo ha realizzato; Renzo Capra con il teleriscaldamento: per lui era utile farlo ed è andato avanti; lo stesso ex sindaco Corsini con la metropolitana: certo che ci sono disagi oggi, ma la metro farà bene alla città. Sarebbe poi perfetta se la metro fosse collegata con l'aeroporto di Montichiari. Queste sono cose che rendono attrattiva una città.
Lei non vede in giro «innovatori radicali» oggi?
«Non è facile trovarli. E questo vale un po' dappertutto. Pensi che in Danimarca il governo sta pensando a come incentivare la nascita di "circoli radicali", ovvero di posti dove la gente discute, cresce, elabora proposte nuove, anche di rottura, radicali per l'appunto. È un dibattito aperto, ma hanno capito che senza eretici le società diventano sterili. E quindi si danno da fare: vogliono che i giovani partecipino di più a disegnare quel che sarà il loro futuro.
D'accordo: servono eretici e progetti, ma poi chi prende in mano quei progetti, che ne fa una bandiera?
«I leader. Prima dei progetti bisogna avere un leader, come nelle aziende. Quindi gente che abbia visione e abbia l'autorevolezza per realizzarla. Vale per Marchionne in Fiat o per Steve Job per la Apple. Prima è arrivato il leader, poi il progetto. È una cosa che oggi si riscontra facilmente: più la società è complessa e più un individuo può fare la differenza».
Gianni Bonfadini
g.bonfadini@giornaledibrescia.it
La sfida: Brescia diventi capace di attrarre studenti stranieri
Adesso in troppi se ne vanno all'estero. Che fare per ribaltare il trend? Parla Roberto Verganti, professore al Politecnico di Milano.

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