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Bisogna crederci

Bisogna crederci e metter fuori il naso. La lezione di chi è venuto da Bologna.

Bisogna crederci. Bisogna fare le cose, non provare a farle. Bisogna aver presente che si può anche cadere, ma che quel che conta è la velocità con cui ci si rimette in piedi. E il rimettersi in piedi è una responsabilità singola, di ognuno di noi.
Certo, se il contorno (la società, le banche, le istituzioni eccetera eccetera) ci dà una mano è meglio: si fa prima e ci si fa meno male. Ma, spesso, quel che ci sta intorno è il deserto, perlomeno una sensazione di deserto, di difficoltà impossibili e quindi di voglia di buttar la spugna, di vender tutto - se si ha qualcosa da vendere - e farla un po' finita con la crisi, con i mercati, con i cinesi e con la politica che non incoraggia. Quel che oggi sta intorno alle aziende non è - per usare un eufemismo - il miglior mondo possibile.
E, quindi, tocca a tutti coloro che abbiano un minimo di voglia di futuro di immaginarselo, per sè e per i nostri figli e nipoti. E se quel che ci sta intorno non aiuta, altro non resta che inventarselo un po' da soli questo possibile futuro. E si parte - immancabilmente - dalla voglia che ognuno ha dentro di vederselo questo domani, si parte dalla rabbia che ognuno misura dal vedere il deserto che c'è e dal coraggio di poterlo vedere fiorito, di cambiare le cose. Perlomeno di tentare di cambiarle, di avere un nuovo progetto. Poi si potrà anche morire, ma almeno la si sarà tentata. Ma questo serve: la rabbia, l'indignazione, anche la paura dal vedere quel che c'è e il coraggio - il coraggio - di imboccare strade nuove.
Ecco, il tonico che questi quattro «Aperitivi con l'innovazione» hanno avuto io lo leggo proprio così: aziende alle prese con la crisi, che vedono acciaccarsi (e magari, in qualche caso, morire) le aziende vicine e che provano ad immaginare una possibile via d'uscita. Complicata, non facile, anche pericolosa, ma almeno un'alternativa all'attesa della fine. Da questo punto di vista, ieri a Vobarno ho colto una impressione molto, molto positiva.
E non già perché le aziende fossero uno sterminio, ma perché parlando con tanti imprenditori ho avuto l'impressione di questa voglia, di questa cognizione razionale che quel che è andato è andato, che il passato - per definizione - non torna, e che semmai sono stati grassi, quegli anni e quel grasso non ci saranno più.
È una strada non breve quella del capire che bisogna provare a cambiare. E poi da lì, una volta capito che cambiare si deve, altro tempo e strada serviranno.
Gli «Aperitivi» sono il primo passo: metter fuori la testa, cominciare a leggere quel che fanno nelle università, vedere se c'è qualcosa di buono per noi, allacciare rapporti, scambiarsi biglietti da visita, fissarsi un appuntamento in azienda o in università.
Ieri, a Vobarno, c'era un giovane bolognese, tal Ivan Lenzetti. È iscritto alla Cna della sua città. E pare che in quella città, la Cna abbia chiesto ad un gruppo di associati di occuparsi di una cosa che a noi sembra un po' eccentrica: andare in giro per le fiere dell'innovazione, sentire quel che si muove di nuovo e poi di riportarlo ai colleghi. Noi lo abbiamo conosciuto alla Borsa dell'innovazione di Bologna, che è una sorta di «Aperitivo» moltiplicato per cento. Non so cosa si sia portato via da Vobarno il nostro amico bolognese. Forse qualcosa ha trovato, forse no. Qualche rischio va corso. Ma, certo, anche lui ha deciso che è meglio uscire per sentire qualcosa, che attendere la fine standosene a casa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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