RONCADELLE
Quando un anno fa, poco più, arrivò la notizia del gran colpo, si stentava a crederci: 500 milioni di euro. Era il prezzo concordato con gli americani della Medtronic per rilevare la Invatec di Roncadelle.
Si sapeva che Invatec lavorava sulle nuove frontiere del biomedicale e si sapeva di una redditività piuttosto sostenuta. Ma vivaddio: pur sempre di una cinquantina di milioni di fatturato si trattava e di una qualche milionata di utile. Da qui a metter insieme 500 milioni uno sull'altro per portarsela a casa...
Il passaggio a quella vicenda non è tema specifico della chiacchierata anche se inevitabilmente torna. «Intanto diciamo che sono 350 milioni di euro. Gli altri 150 verranno più avanti. Poi siamo in due soci e poi c'è un fondo importante accantonato a garanzie future».
Sta a sottilizzare? «No, preciso. Ma le dico subito che non vivrò di rendita».
Andrea Venturelli non ha ancora 45 anni. Ha fondato anni fa la Invatec che era stata avviata con il padre: l'ha presa piccola piccola, l'ha fatta crescere e ne ha fatto una «montagna» di tecnologia e di ricerca al punto che gli americani l'hanno pagata quella cifra là.
Venturelli, capisco bene che mezzo miliardo siano un sacco di soldi. Ma si può vendere una figlia anche se per mezzo miliardo?
«No. E infatti i soldi c'entrano ma fino ad un certo punto. Precisiamo intanto che da quella cifra vanno tolti i debiti che Invatec aveva contratto per sostenere investimenti importanti. Ma questo è Invatec: una società che ha continuato a guardare avanti, a mantenere alti gli investimenti. C'erano debiti con le banche ma in cassaforte avevamo idee, progetti, brevetti pronti per andare sul mercato. Tanti soldi? Sì, certo. Ma sa una cosa? Fossimo stati un'azienda tedesca ci avrebbero pagati ancora di più.
E quindi torna la domanda: perché vendere?
«Ci eravamo resi conto, io e il mio socio tedesco, che dovevamo fare un passo indietro. Capita che un socio-fondatore di un'azienda capisca, ad un certo punto, di essere un limite alla crescita. Noi avevamo sviluppato progetti importanti, ma non avevamo le spalle sufficientemente grosse per poterli sostenere. E quindi ci siamo trovati di fronte al dilemma del che fare: o limitare questi progetti o vendere.
Potevate optare per la prima possibilità...
«Sì, potevamo e magari avremmo anche potuto continuare a vivere con decoro. Ma sul mercato si stavano muovendo grandi gruppi che ci avrebbero schiacciato. È stato meglio trattare un accordo onorevole per tutti perché questo dà futuro alla Invatec. Noi eravamo pronti per andare in Borsa, era una strada per raccogliere capitali. Poi a fine 2008 c'è stato il patatrac.
Lei ha detto che foste stati tedeschi vi avrebbero pagato di più.
«È l'immagine-Paese. Non sono anni particolarmente brillanti per l'Italia. Per come la vedo io siamo sull'orlo del baratro.
Sta dicendo una cosa terribile. Di solito gli imprenditori sono gente ottimista
«Io non sono affatto pessimista, realista sì. Per anni ce la siamo raccontata. Adesso l'acqua, per non dir peggio, sta arrivando al naso. Lo tsunami è in arrivo, abbiamo perso anni e mercati, competitività e voglia di fare. Nelle classifiche mondiali siamo al 76° posto quanto a capacità di attrarre capitali. Per questo dico che se Invatec fosse stata in Germania sarebbe stata valutata di più perché la Germania ha grande appeal fra gli investitori.
Lei evoca lo tsunami prossimo venturo per dire che la crisi, per noi, in qualche modo deve ancora venire. Può consolare il fatto che la crisi imporrà il cambiamento?
«Ma ci saranno prezzi da pagare. La disoccupazione, ad esempio, non scenderà. Cambiare direzione si dovrà, ma per andar dove?
Dica lei: per andar dove?
«Partiamo tardi a cambiare. La Germania si è data politiche industriali agli inizi della crisi e i risultati si vedono. Dobbiamo decidere che Italia vogliamo. Per creare reddito un Paese non ha molte strade: o ha risorse naturali o punta su industria, sul turismo, sulle tecnologie. Noi, risorse naturali non le abbiamo e abbiamo perso molto quanto a tecnologia. Ci resta l'industria e il turismo. Servono politiche adeguate.
Usciamo dal generico. Che significa politiche adeguate?
«Il mondo si sta strutturando, industrialmente parlando, attorno ai grandi gruppi. Nei settori maggiori la partita si giocherà attorno a 3-5 giocatori. Sarà così per l'auto, per l'agro-alimentare, è già così per la chimica e via elencando. Una politica industriale dovrebbe dire: vogliamo avere anche noi italiani dei gruppi mondiali almeno in alcuni settori? La sfida di Marchionne va letta in questa direzione. Ma bisogna far presto: siamo già in ritardo. E una analoga scelta strategica la deve fare la nostra città.
Spieghi bene.
Per come vedo io le cose, le città in qualche modo possono essere assimilate alle aziende. Una società può decidere, se ha le forze, di diventare una città-brand, ovvero una città che ha una sua forte connotazione. Milano, ad esempio, è la città degli affari per eccellenza. Brescia cosa vuole essere: una città satellite (come un'azienda può essere una seppur brava subfornitrice) o vuole darsi una sua connotazione e quindi di diventare "brand"? Attenzione: si può essere felici anche essendo subfornitori, intendiamoci. La cosa peggiore è immaginarsi di essere città-brand quando, in realtà, si è satelliti.
Chiudiamo un po' da dove eravamo partiti. Come ha reagito suo padre quando gli ha detto che voleva vendere?
«Mio padre mi ha sempre lasciato ampi spazi. Meglio: mi ha sempre consentito di sbagliare. È così che si cresce. Sa invece cosa mi ha detto mio figlio, poco più che bambino, quando gli ho detto del progetto? "Peccato, mi sarebbe piaciuto fare il capo...".
E lei che gli ha risposto?
«Che lui forse non se ne rendeva conto. Ma con questa scelta io lo rendevo libero di poter scegliere, a tempo debito, cosa fare. Liberi i figli di fare gli imprenditori e liberi gli imprenditori di consegnare l'azienda ai migliori. Che non è detto siano i figli.
Ultime curiosità. Lei pensa di continuare ad investire nel biomedicale?
«Per ora sono in Invatec dove seguo una parte della ricerca. Il biomedicale è naturalmente il settore che mi interessa di più. Vedrò che fare più avanti».
E se ne va nel suo giubbotto a scacchi, zaino in spalla, sulla Ferrari giallo post-it...
Gianni Bonfadini
g.bonfadini@giornaledibrescia.it
A volte succede che il fondatore sia un limite alla crescita...
«Ho deciso di vendere per dare un futuro più solido all'azienda». «Brescia? Deve decidere se essere città-brand o un satellite di Milano».

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