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The Hilliard, tutte le sfumature del bianco


Tempo Libero
26 apr 2010, 18:01

Spostata di una settimana la loro esibizione a causa della famigerata nube, l’Hilliard Ensemble chiude la rassegna della Società dei Concerti. Ecco a voi i cantori più famosi del mondo, i più invidiati e discussi, lontani dalle vicende umane, appollaiati sui troni dell’Olimpo, invisibili agli occhi dei comuni mortali. Percorrono la chiesa longobarda di San Salvatore con passo felpato, sorrisetto, occhi socchiusi, in abito scuro. Dalle tasche non spunta neanche un piccolo diapason. Orecchio assoluto, tecnica mostruosa, attaccano a freddo come aprissero il Times. Voci asessuate, senza sbavature, abbacinanti. Tutte le sfumature del bianco.

Una settantina di fortunati quasi riesce a toccarli, gli altri ne aspirano il profumo collegati dall’auditorium di S. Giulia. Il pubblico bresciano contempla un’eufonia sonora che tutto può, si abbaglia di quell’emissione metafisica e androgina. Dalle loro bocche escono dissonanze ai limiti dell’eseguibilità, glissati, linee spezzate. Vibrato minimo, intonazione miracolosa, fiati che non finiscono mai, incastri raffinatissimi, chiusure millimetriche, fusione spettacolare. Qualità ideali per certo repertorio: il morbido cilicio di Arvo Pärt, i suoni ghiacciati di James McMillan, atemporali canti armeni, intelligentissime commissioni a compositori d’oggi.

Nel repertorio più consueto convincono meno: il gregoriano di Nonantola è querulo e poco espressivo, la polifonia rinascimentale risulta piatta, fredda, devitalizzata, insoddisfacente la resa emotiva del testo. In Pärt impressionano la delicatezza di emissione e la pitagorica purezza delle consonanze, quasi armonia di sfere celesti. I brani contemporanei sono diamanti esposti in teche di cristallo.

La personalità interpretativa del gruppo vocale inglese è così forte e invadente che diventa essa stessa l’oggetto dell’attenzione, più che soggetto attivo nella ricreazione di musiche altrui. Lo stile Hilliard fagocita le diverse personalità stilistiche. Il controtenore David James crea il sound inimitabile del gruppo, ma quando canta da solo il suo falsetto risuona piagnucoloso, perfino indisponente. Belli, serafici, un poco senz’anima.  L’Hilliard, in certi momenti, mette a disagio: uomini o replicanti?
 

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