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parla il difensore delle rondinelle

Brescia: l'addio di Zoboli è pieno di veleno

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Foto Reporter © www.giornaledibrescia.it
Ore: 16:52 | venerdì, 1 giugno 2012

Sette campionati, 200 presenze e 14 gol meritavano un'altra cornice d'addio. I saluti definitivi con un po' di pepe non sono una novità, anzi nel calcio ormai la regola che sovrasta le eccezioni, per questo Davide Zoboli non s'aspettava un bacio di cioccolato sul cuscino, ma nemmeno pensava di arrivare un giorno a dover dire certe cose sulla squadra che più ha amato, sulla città che dal 2004 è ormai la sua seconda casa. Prova amarezza, forse non rabbia, ma sicuramente delusione. Si accende una sigaretta, sorseggia un bicchiere di birra al caldo della sera e spiega perché non sarà più un giocatore del Brescia.
Il contratto è in scadenza, ci sarà il rinnovo?
«Non penso, visto che nonostante le promesse non mi è mai stato proposto. Ancora non mi rendo conto che sono arrivato alla fine della mia avventura con il Brescia. Mi sembra un giugno come tanti, mia figlia che qui ho fatto nascere da andare a prendere all'asilo, l'affitto della casa da rinnovare, le ferie, la lettera del Brescia che comunica l'inizio del ritiro. Solo che stavolta non sarà così».
Sensazioni?
«Fa strano, anche se a settembre dissi che non mi sarei stupito di nulla perché in questi anni ne ho viste troppe. L'ultima proprio questa stagione: un contratto rescisso e rinnovato tre mesi dopo...».
Con il Brescia com'eravate rimasti?
«Iaconi ha stoppato sia in estate che a gennaio la mia partenza. Avevo richieste da Varese e Verona, potevo firmare, sapevo che a giugno il contratto era in scadenza, ma lui m'ha sempre detto di non preoccuparmi che avrei rinnovato con il Brescia. Quello volevo, era la mia priorità. Prima però i problemi economici della società poi il mio infortunio e tutto è saltato. Anzi, nessuno si è più fatto sentire. Solo qualche incontro con il mio procuratore, ma parlando anche di altri giocatori».
Cosa le ha dato più fastidio?
«Quando stavo recuperando dall'infortunio e con Scienza andavano male i dirigenti mi dicevano di accelerare il rientro. Quando ho recuperato e la squadra girava bene nessuno mi diceva più nulla, tanto meno sul contratto. Mi sono sentito preso in giro. Anche se visti i precedenti con altri giocatori dovevo aspettarmelo».
Contatti con Corioni?
«In otto anni ci avrò parlato due o tre volte. Non ho mai fatto parte di spedizioni alla Saniplast per discutere dei problemi della squadra. Altri lo facevano, quasi sempre per il bene del gruppo, io avevo rispetto dei ruoli, ma questo comportamento non è stato apprezzato».
Così è il Brescia o così è il calcio?
«Io calcio l'ho fatto quasi solo a Brescia. Anche nell'anno di Torino c'erano problematiche, ma pure un altro tipo di organizzazione».
Qui invece?
«Troppa gente che parla e influenza Corioni. Ho visto personaggi che ruotano o ruotavano attorno alla società venire al campo e dire "questo deve giocare, è troppo forte". Non so perché il presidente non abbia mai fatto piazza pulita, ma so che ascoltava chi gli spacciava piombo pitturato al posto dell'oro».
Nemmeno quest'anno ha visto un cambiamento?
«C'è stato sì. Più trasparenza, meno proclami, ma è stata l'esigenza. Abbiamo iniziato il campionato sapendo che se a gennaio qualcuno non veniva venduto la società rischiava di "saltare per aria". Non fossero stati venduti Juan Antonio, Berardi e Leali adesso probabilmente staremmo pensando a un derby con il Darfo Boario».
Cosa vorrebbe cancellare?
«Quella maledetta finale a Livorno. Non giocai perché ero infortunato da inizio settimana, ma la società non volle comunicarlo. Dissi a Cavasin che non avevo paura di strapparmi, ma ci saremmo bruciati un cambio. E comunque c'erano Bega, Martinez e Mareco. Con il tempo ho scoperto che un nostro dirigente disse nel pre partita a un giocatore del Livorno che mi ero chiamato fuori, per paura. La voce girò, i tifosi mi contestarono, ma mi ha fatto piacere che chi m'insultò quell'anno poi è venuto al campo per salutarmi con affetto».
Voleva diventare una bandiera del Brescia?
«Mi sarebbe piaciuto. Adesso c'è Zambelli e meglio di lui non c'è nessuno. Con Cosmi ero vice capitano, si fece male Possanzini e la fascia passò a Caracciolo, ai play off con l'AlbinoLeffe si fermò anche l'Airone e capitano fu Tacchinardi. Ci rimasi molto male. Dirò sempre e comunque grazie al Brescia. Mi ha preso che non ero nessuno, mi ha fatto conoscere il grande calcio, seguirò sempre con affetto questa squadra. Sottolineo: la squadra».
Cosa si rimprovera?
«Non sono un campione, ho sbagliato qualche partita, ma a Brescia penso di aver fatto tante cose belle. Non scorderò mai il gol all'Empoli nella semifinale play off e quello al Lecce l'anno scorso, nel momento più difficile, dopo che qualche compagno di squadra si era opposto al mio reintegro. Ma li ringrazio anche per questo. Loro e Corioni trattandomi male mi hanno fatto maturare e diventare più forte».
Cristiano Tognoli

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