Anche se sembra di vedere la luce, il mondo del vino cerca di mettere in atto piani che non lo riportino indietro di anni. È interessante così vedere cosa fa il Piemonte dove il vino (con 46mila ettari a vigna e 20mila aziende), ha un'importanza economica ben maggiore che dalle nostre parti. L'Anteprima vendemmia, che si è tenuta all'inizio del dicembre scorso a Venaria, è servita molto per capire come quel mondo si sta muovendo.
Le linee sono in parte evidenti, altre meno. Anche il Piemonte intende sfruttare al massimo i fondi europei dell'«Ocm vino» soprattutto nella direzione della promozione del territorio piuttosto che del vino. Per far questo ha lanciato in pompa magna la società consortile «Piemonte land of perfection». L'altra linea è quella di fermare (con molte incertezze) l'impianto di nuovi vigneti. La terza proposta, che è partita in pratica dalla scorsa vendemmia, è quella di una Doc chiamata genericamente Piemonte che si distingue solo in «Piemonte bianco» e «Piemonte rosso». Un'idea del genere comincia a circolare anche in Lombardia e va quindi guardata con attenzione.
Diciamo però del mercato. Va molto meglio del 2010 e, dice l'assessore piemontese all'Agricoltura Claudio Sacchetto, è tornato ai livelli pre crisi. Vanno di corsa l'Asti spumante insieme al Moscato d'Asti, in netta ripresa il Barolo che ha riconquistato vendite e prezzi dignitosi, migliora un poco la vendita di Barbera, mentre il Dolcetto è sempre in difficoltà. Un discorso a parte merita il bianco di Gavi che risente di una dissennata corsa a piantare viti (più 50% in 7 anni) e conseguenti prezzi depressi. Proprio la regione sollecita a bloccare i nuovi impianti, anche se nell'immediato il minor raccolto di uva (meno 10%) e la distillazione hanno temporaneamente contenuto l'offerta.
Al blocco aderiscono anche le Langhe tenendo una piccola riserva per, dicono, i giovani.
L'altra linea d'azione come detto è la Doc Piemonte, una sorta di contenitore regionale che dovrebbe raccogliere tutta l'uva che si teme di non vendere. Facile da promuovere all'estero per la vastità della zona il «Piemonte rosso» e il «Piemonte bianco» sono la cosa più indefinibile che ci possa essere. Il disciplinare finge di mettere dei limiti, in realtà il bianco può essere prodotto in prevalenza con Cortese o Chardonnay o Favorita o Erbaluce. Il rosso potrebbe essere a base Barbera, o Nebbiolo, o Dolcetto o Freisa o Croatina. In pratica nei due uvaggi sono vietati solo gli aromatici (Moscato, Brachetto, Malvasie).
I viticoltori, almeno in pubblico, si dicono speranzosi. In privato esprimono molte perplessità. Portando l'esperimento in Lombardia sarebbe come dire che c'è un «Lombardia doc» che può essere prodotto liberamente o con Groppello o con Chiavennasca (che è Nebbiolo) o con Barbera dell'Oltrepò. Raccontato così sembra proprio un artificio per aggirare i divieti europei sui vini da tavola. L'esperimento, visto che ormai è partito, merita comunque di essere seguito con attenzione. A noi sembra molto un espediente «svuotacantine» che potrebbe persino nuocere ai grandi vini piemontesi.
Gianmichele Portieri