Università

Amore e senso della vita raccontati agli studenti

L'uomo non è un sasso, né un diamante. Insomma, non è un corpo destinato a rimanere immutato nel corso della sua esistenza. Anzi. L'uomo è il risultato del divenire realizzato lungo l'intero suo percorso terreno, teso all'eternità e alla compiutezza attraverso l'amore. È l'introduzione di Giuseppe Colombo, docente di Filosofia morale all'Università Cattolica di Brescia, che la scorsa settimana - accanto al collega Pierpaolo Triani, pedagogista - ha aperto agli studenti delle superiori una lezione del corso di Filosofia morale, dedicato appunto all'amore.

Dinanzi ad allievi dell'istituto agrario di Bargnano, del liceo delle scienze umane di Ghedi e del liceo delle scienze sociali di Leno, Colombo ha preso le mosse da «Romeo e Giulietta», capolavoro shakespeariano. Scelto perché «nella finzione teatrale si può ravvisare uno dei più potenti strumenti fondanti e di scopo della vita». L'amore. Non una tra le tante cose, prosegue il docente, «non un'attività assimilabile a mangiarsi un piatto di risotto o una pizza», bensì il sentimento che invoca un «per sempre».

Illustrando poi la differenze fra tragedia e dramma - la prima «priva di senso e di meta», il secondo finalizzato invece «all'affermazione del bene pur attraverso episodi di morte e dolore» -, Colombo ha spiegato come nel dramma si possa ravvisare «tutto ciò per cui valga la pena vivere». Ossia la meta, il punto d'arrivo, la misura dell'essere umano, raggiungibile attraverso il superamento di ostacoli, dolori, pene. «Talvolta anche attraverso la morte». Il dramma è tale, sì, ma apre alla speranza, si fa vivere come un cammino, come via edificazione. Romeo e Giulietta sono ciascuno di noi. Romeo e il suo incubo iniziale, l'amore per Rosalina, nient'altro che idealizzazione di un emblema di donna, di amore per il sentimento in sé, generatore di disperazione perché fondato «su una sola persona: Romeo».

Dall'incubo al risveglio, poi. L'incontro casuale di Giulietta nella casa dei peggiori nemici di Romeo e della sua famiglia: il fulmine, la luce, il lampo. Romeo si desta e varca la soglia «della sua vera vita». Vita che si rivela proprio nel legame tra i due, in unità. Un amore generativo, orientato alla costruzione del domani, della vita nuova, con l'avallo della scelta di proseguire sulla strada della «vita buona». Ma nel triste epilogo i due giovani si troveranno «a pagare la pace con un prezzo altissimo».

La nefasta conclusione non è «addebitabile alla responsabilità di Dio», bensì «al tradimento dello stesso da parte dei protagonisti, e in primis da parte di frate Lorenzo» che cede alla magia a scapito della fede. L'insegnamento della storia, conclude Colombo, «risiede nel fatto che l'amore coglie sì di sorpresa, ma richiede pure una volontà forte di costruire la vita, generando pace e cambiamento. Com'è stato per Romeo e Giulietta, con la pace tra i Capuleti e i Montecchi, sebbene sancita solo dopo, e tramite, la loro morte».

Raffaella Mora

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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