Cosa fai nella vita?. Una domanda standard, pronunciata e udita chissà quante volte. Ma se la risposta è «Suono», allora capita sovente di incappare in un'ulteriore richiesta: «Sì, ma di lavoro?». Invero, incontrare musicisti di professione non è così frequente. Ed è altrettanto vero che, in sede di scelta del proprio futuro, tra l'aspirazione e il sogno di sedere tra le fila di un'orchestra, potrebbe prevalere il senso di concretezza insito in facoltà, giusto per fare qualche esempio, come ingegneria, economia o medicina. Per questo «si tratta di una possibilità di estrema rilevanza», esordisce il presidente del conservatorio di Brescia Luca Marenzio Patrizia Vastapane riferendosi al decreto ministeriale del 28 settembre scorso - ma già inserito nella «Riforma Gelmini» del dicembre 2010 - che stabilisce le modalità organizzative per consentire la contemporanea iscrizione ai corsi di studio universitari e a quelli attivati dagli istituti superiori di studi musicali e coreutici. I conservatori, per capirci. Il decreto è stato reso di fatto immediatamente applicativo, vale a dire già dall'anno accademico in corso. Ciò nonostante, l'opzione sembra ancora essere scarsamente diffusa e conosciuta, tanto che a Brescia, per il momento, una sola studentessa sui 91 complessivi se n'è avvalsa iscrivendosi a Medicina.
Il provvedimento, come anticipato, incontra il favore degli istituti musicali: «Ponendo un giovane - prosegue il presidente Patrizia Vastapane - dinanzi a un bivio, costretto a scegliere fra l'ambizione artistica senza certezza di sbocchi lavorativi e altri studi, magari meno congeniali al ragazzo ma con più sicuro avvenire, può accadere che la bilancia propenda maggiormente verso la seconda opzione».
Un modo, dunque, per stimolare l'accesso agli studi musicali, sostenuti al contempo dalla «tranquillità» di una seconda chance qualora la carriera musicale si renda impercorribile. Gli spazi lavorativi destinati a concertisti e orchestrali risultavano infatti «già molto penalizzati» prosegue Patrizia Vastapane, parlando di una situazione esacerbata «dal periodo economico particolarmente critico» che ha reso le possibilità «praticamente inesistenti». Senza contare che «la concorrenza è spietata, specie da parte di artisti provenienti dalla Mittel Europa o dall'Oriente». In sostanza, la possibilità di frequentare contemporaneamente conservatorio e università abiura il rischio «di trovarsi dinanzi al progressivo svuotamento delle nostre aule - conclude il presidente - a fronte di una grave perdita; il correttivo ministeriale, invece, consentirà ai più dotati di seguire contemporaneamente due percorsi accademici, sebbene con uno grande impegno ed enorme sacrificio». Già, perché non è certo semplice far combaciare due carichi di studio, entrambi con loro peculiarità e ambedue impegnativi. Non è facile nemmeno dal punto di vista burocratico, dato che le esigenze «vengono valutate caso per caso», chiarisce la professoressa Patrizia Grasso, responsabile della didattica. In termini pratici, agli studenti è richiesto di conseguire al massimo 90 crediti totali tra i due cicli accademici, sulla base «di un piano di studi - riprende Patrizia Grasso - cucito sulla persona, ma è ovvio che le due istituzioni devono "parlarsi"». Naturalmente è più semplice conciliare gli esami richiesti dal conservatorio con un corso di laurea in parte affine, come Musicologia (attivato a Cremona, che ha peraltro sottoscritto un'apposita convenzione con il Marenzio), Lettere o Conservazione dei beni culturali. Ma nulla è impossibile, dato che l'unico caso bresciano a oggi registrato si riferisce appunto a un futuro medico.
Nodo tasse: devono essere pagate per entrambi i corsi di studio, ma almeno a uno dei due «ci si dev'essere iscritti con la formula part-time, quando non entrambi» con conseguente risparmio sulla tariffa, già «calmierata al conservatorio», specifica il presidente. Secondo il direttore Carlo Balzaretti, infine, si è completato il quadro «con l'ultimo tassello mancante alla formazione del musicista, la cui figura gode ore di una nuova consapevolezza, aperta all'esterno con possibilità di plasmare nuove e più complete professionalità».
Raffaella Mora