Le pareti dell'ambiente che introduce all'aula magna sono cosparse di mosaici; la sala riunioni a due passi dalla segreteria è ricca di affreschi; la passeggiata coperta al primo piano è dominata da cinque imponenti colonne dai capitelli raffinati. Non ci troviamo all'interno di un museo, ma in uno dei palazzi storici più belli di Brescia, palazzo Calini ai Fiumi, sede del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Statale.
Il nostro viaggio nei nuovi dipartimenti della Statale di Brescia fa rotta verso Sud. Dal polo Nord a quello del centro storico, dagli insegnamenti scientifici a quelli umanistici.
Se tre mesi fa, per la prima tappa del tour, avevamo raggiunto via Branze con Bicimia, oggi scendiamo in centro sfruttando la metropolitana. Così da viale Europa, e la relativa stazione del metrò, ci spostiamo in San Faustino. Sono solo tre le fermate che separano le due anime dell'ateneo statale, raggiungibili in qualche minuto.
In passato era la facoltà di Giurisprudenza (la più giovane della Statale, essendo nata nel 1996), oggi è il dipartimento di Giurisprudenza. All'apparenza sembra essere cambiato soltanto il nome. È davvero così?
«Direi di no - risponde Saverio Regasto, direttore del nuovo dipartimento -. L'attuale struttura ha assunto le funzioni prima svolte dalla facoltà e dal precedente dipartimento di Scienze giuridiche. Per quanto concerne però l'organizzazione della didattica le competenze sono passate ai nuovi consigli di corso di laurea che abbiamo da poco istituito, poiché in precedenza non erano mai stati attivati».
I percorsi di ricerca condotti nel dipartimento sono variegati, spaziando dal diritto romano a quello del lavoro, da quello costituzionale alla filosofia del diritto. «I nostri lavori riguardano tra l'altro le forme di Stato e di governo, la contrattazione collettiva di secondo livello, il diritto anti-discriminatorio, la condizione giuridica degli stranieri. Di recente abbiamo avviato anche studi sul diritto delle nuove tecnologie e sul biodiritto», osserva Regasto, ordinario di Diritto pubblico comparato, titolare anche di un corso sul diritto pubblico dei Paesi islamici, «un insegnamento sorto da pochi anni, ma che attira l'attenzione di un discreto numero di studenti».
Una nota dolente è la questione dei finanziamenti. «Il nostro dipartimento - afferma il direttore - non riesce a intercettare ricerche applicate che possono generare commesse da aziende del territorio. Se vediamo il nostro bilancio ci accorgiamo che i fondi privati sono rari e residuali. Dobbiamo quindi affidarci ai finanziamenti pubblici nazionali, che purtroppo sono sempre meno, e a qualche progetto europeo».
Nel complicato periodo che il nostro Paese, e non solo, sta vivendo, in cui i finanziamenti statali vengono somministrati col contagocce, come si può uscire da questo momento di difficoltà? Secondo Regasto la ricetta consiste nel fare squadra. «Dobbiamo imparare ad essere più competitivi nella partecipazione ai progetti europei e, soprattutto, capire che la ricerca applicata non è il male assoluto, ma è quella che viene maggiormente finanziata dall'Unione Europea, quindi rappresenta il campo verso cui tendere- ha sottolineato il direttore -. Per fare ciò dovremo stipulare accordi di partenariato con università vicine e con colleghi che hanno i nostri medesimi interessi scientifici. In questo modo potremo mettere insieme massa critica e offrire temi di ricerca con una maggiore consapevolezza».
Mario Nicoliello
«Ricerca applicata», soluzione per il futuro

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