In questi anni ho avuto modo di riflettere sul perché mi sia trovato in questa situazione.
Sono stato aiutato in questo percorso anche da un’esperienza che ebbi, allora ventenne, con dei disabili. Questa mi regalò una profonda carica interiore che mi accompagnerà tutta la vita. E’ un’esperienza che consiglio a tutti: il vedere come essi affrontano la vita è una medicina contro la depressione.
Comunque, anche se avevo un approccio positivo alla vita, questo non mi rese immune da un latente malessere interiore che si era insinuato dentro di me. Ripercorrendo le varie tappe della mia vita ho identificato l’origine di questo malessere in quel senso di perdita che allora adolescente si impossessò di me. Ho ancora scolpite indelebili le parole di mio padre: “Ora anche tu mi aiuterai con i tuoi fratelli…” e invece poco dopo mi rese partecipe del fatto che gli restava poco più di un anno di vita, anche se poi sopravvisse ancora tre anni, non so se perché la medicina all’epoca non era precisa oppure per la sua voglia di vivere e non arrendersi. Comunque non fu una perdita improvvisa ma un lungo calvario fatto di speranze e delusioni.
L’uomo ha un profondo e insaziabile bisogno di giustizia e nel proprio intimo si ribella ad un ordine sociale che glie lo nega. Qualunque sia il mondo in cui vive egli dà la colpa di questo malessere alla società. Così mi emarginai da quel mondo che era fatto di oratorio, Grest, catechismo e partite a calcio. Sfuggii a una realtà troppo dura da accettare e cominciai a farmi le canne. Era anche un nuovo modo per aggregarmi. Poi venne il carcere il quale ti cambia per sempre, ti modifica il carattere: di quell’uomo che eri prima di entrare si perde ogni traccia, vieni spogliato della tua identità, la tua vita di prima sparisce e ne comincia una nuova fatta di “domandine” ed “istanze”, vivi in celle sovraffollate dove non hai mai un attimo d’intimità, dove vieni continuamente contato, sia di giorno che di notte.
In queste carceri/discariche della società ti fanno sentire una persona difettosa, un prodotto di scarto che viene accantonato come in una sorta di magazzino.
Per quanto riguarda gli affetti, piano piano vieni dimenticato, il tempo passa e tu resti indietro, la vita fuori continua senza di te, nessuno più ti pensa, tu sei una ferita aperta.
La gente che ti era vicina a continua il suo percorso, come quelle carovane che nei secoli scorsi attraversavano i deserti lasciandosi indietro i più deboli e feriti. In quella carovana ci sono i tuoi cari, tua moglie, tuo figlio, che vanno avanti nel percorso della vita con lo sguardo fisso verso l’orizzonte. I tuoi contatti con loro sono nelle promiscuità delle sale colloquio, sotto lo sguardo vigile e inquisitore dell’agente che controlla anche gli abbracci.
Li vedi cambiare: tuo figlio, da adolescente a ragazzo e poi farsi uomo. Si cerca di essere forti in modo da potersi confrontare a vicenda per attenuare la sofferenza ma pian piano anche per loro tu non esisti più. Da punto di riferimento ad una immagine che se ne va sfocandosi sempre più perché ormai non sei più un sostegno. Non ti resta che
sopravvivere rinchiudendoti in te stesso nell’esigenza primaria di resistere alla disperazione ed alle prevaricazioni dei tuoi diritti. Quelli li deleghi al tuo avvocato e vivi nell’attesa che ti porti una buona notizia riguardo al tuo procedimento ma egli si limita alla solita frase: “speriamo che il giudice….”.
Come se la legge si basasse sulla speranza e non sul diritto e la sua applicazione.
Comunque in questa sede non voglio parlare di processi, (a quelli ci pensa già Berlusconi Ah! Ah! Ah!). Del carcere in quanto luogo di espiazione ho già detto Mi soffermo al carcere come luogo di rieducazione e recupero e per riuscire in ciò esso deve basarsi sulla speranza perché essa ha un potere enorme: smuove i popoli, basti pensare alle migliaia di clandestini che si spostano in cerca di un
futuro migliore. Vorrei fare un paio di considerazioni a tal proposito. Un individuo privo di speranza può solo abbruttirsi e peggiorare. La società non dovrebbe respingere chi ha commesso un errore ma restituirgli la speranza in modo che esso possa diventare una risorsa e non un costo. La speranza ha un valore benefico, genera un cambiamento positivo e in tanti paesi ciò è stato recepito. Hanno capito il valore della speranza e delle misure alternative che hanno risolto sia il problema del sovraffollamento sia della recidiva.
A supporto di ciò elenco qualche dato della Direzione Amministrativa Penitenziaria (D.A.P.) aggiornato al 15/03/2013
1/ il detenuto a cui viene concessa una misura alternativa ha una recidività minore rispetto a chi sconta la pena in carcere. Nello specifico, la recidiva, trascorsi sette anni dalla conclusione della pena, si colloca intorno al 19% in caso di pena alternativa, mentre raggiunge il 68,4% quando la stessa è eseguita in carcere
2/ Custodia cautelare; l’Italia è terza subito dopo Turchia e Malta con un 40% di applicazione contro il 25% della media europea.
3/ Misure alternative: In Italia, l’82,6% delle persone in esecuzione di una condanna sta in carcere, in Francia la percentuale scende al 26% mentre la fetta maggiore, il 74%, sconta pene alternative
4/ I detenuti con pena residua di un anno sono 9.858, di due sono 5.979 e di tre anni 3.986 per un totale di 19.823 che potrebbero accedere alle pene alternative.
5/ Il costo del sovraffollamento: il costo medio giornaliero di un detenuto è di 157,000 euro per una spesa globale di 3.811.934.880 euro. Le misure alternative costano un decimo e producono più sicurezza (vedi il punto 1) Il risparmio di circa un miliardo e mezzo equivale ad una buona fetta della manovra economica.
Concludendo, voglio dirvi che non c’è niente di peggio di una persona disillusa perché essa prenderà ad esempio solo i lati negativi di questa società e vivrà con spirito di
rivalsa la sua libertà. Al contrario, se essa verrà aiutata difficilmente sprecherà la sua occasione.
Giovanni Zorzi – Ist. Fortuny – Classe III
Speranza
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