Scuola

Il rumore del silenzio

“Diciassette anni per il Signor Kevin Smith”.
Questa fu la frase che dissero durante il processo per la mia condanna. In effetti, pensandoci bene, non avevo dato seriamente peso a quelle parole; ero convinto che il carcere fosse una gabbia solo fisica, ma ora mi sono reso conto che non è così.

Ho trentasei anni, sono rinchiuso tra queste quattro mura ormai da nove anni e mezzo. Le miei giornate passano lente, come quando aspetti la comparsa di un qualcosa che non arriva più. Sento il ticchettio di un orologio inesistente, che mi risuona nella testa costantemente; il ticchettio di tutto il tempo che sto perdendo, che sto pagando.
Il carcere è sia una prigione fisica che astratta; il corpo paga la pena con il sudore, la mente con la solitudine. Non c'è peggior prigione del silenzio, dell'assenza di compagnia.
Vedo albe e tramonti scorrere davanti ai miei occhi, senza poterci fare niente, senza poterli fermare, scorrono continuamente e io rimango fermo, stabile, sono lì che aspetto. Aspetto la fine della mia punizione, della mia rieducazione.

“Isolamento” . Questa. è la parola giusta per descrivere la mia situazione. Sto pagando per aver avuto bisogno di soldi. Ho cominciato a spacciare cocaina perché ero arrivato al limite della sopportazione, non avevo più niente, la mia famiglia si era divisa ormai da tempo. Non c'era un legame affettivo ma solo un legame forzato; cercavamo di stare uniti solo per abitudine. Era rimasto con me solo mio fratello, la persona a cui tengo di più al mondo, la mia vera forza.

Adesso sono qui, la solitudine mi sta logorando, non riesco più a provare emozioni, è come se qualche sconosciuta ombra mi avesse congelato il cuore. E' tutto monotono, uguale.
Di giorno mi sento soffocare, sempre di più; le mura della mia cella le sento strette, è come se si stringessero ogni giorno costantemente e io sono impotente; non posso fermare il tempo, controllarlo; farlo scorrere più velocemente o più lentamente.
Ho bisogna di respirare, respirare parole. Ho cercato qualcosa che mi desse stimoli e ho trovato la scrittura. Scrivo durante le ore peggiori della mia solitudine, usando lo scritto come mio unico sfogo, anche se sono consapevole che le mie parole non avranno mai testimoni e non saranno mai lette né capite da qualcuno. Sono arrivato a credere che il mio cuore non batta più, che si sia fermato.
C'è solo un grande vuoto dentro di me.
Qua, il rumore del silenzio è assordante.
Ylenia Vermi – Cfp Lonati (Brescia) – Classe IV ind. Disegno
 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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