Scuola

La Pena di morte «inutile»

«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio».

Così, nel pamphlet «Dei delitti e delle pene», si esprime Cesare Beccaria sulla pena di morte, o pena capitale, argomento al centro della tavola rotonda, moderata dal professor Gian Enrico Manzoni, tenutasi sabato scorso all'Istituto Arici, in città, nell'ambito della settima edizione di «Ariciana», iniziativa di cogestione studenti-docenti organizzata dai rappresentanti d'istituto Luigi Carraro, Pietro Musicco e Nicola Zanardini.
Nelle parole del Beccaria sta il nodo della questione - sorta di paradosso - affrontata dai tre relatori invitati ad intervenire all'incontro con gli studenti del liceo Classico di via Trieste. Alessandro Bertoli, avvocato penalista, dopo aver ricordato che «l'Italia detiene un primato storico in merito all'impegno per l'abolizione della pena di morte», e aver sottolineato la numerosità di casi nei quali essa viene tuttora applicata in diverse nazioni del mondo - tra le quali spiccano gli Stati Uniti, ma soprattutto la Cina -, ha fatto notare come fin dal '700 ci si è accorti che tale pena, al contrario di quanto si possa pensare, in generale non ha adeguatamente funzionato quale deterrente.

Don Diego Facchetti, docente di teologia morale e spirituale del Seminario Diocesano di Brescia, ribaltando il celebre motto machiavellico, ha affermato che «il fine - l'ordine della società - non giustifica i mezzi, poiché la morale riguarda sia il fine che i mezzi»; «la giustizia deve rispettare la dignità dell'uomo».

E proprio di dignità ha parlato Luisa Ravagnani, ricercatore in Criminologia all'Università degli studi di Brescia, che in veste di consulente si è occupata del caso di un condannato a morte in Oklahoma. Anche con l'uso di documentazione fotografica, ha proiettato l'uditorio di studenti del liceo (e non solo) nella realtà di un «braccio della morte» statunitense, svelandone le brutture e palesando l'avvilimento derivante dall'inutilità sociale di tali pene. Infine ha raccontato un aneddoto «significativo». Presentatasi di fronte ad una commissione con l'intento di evitare la morte al proprio assistito, le chiesero: «Perché merita di vivere?». «Merita di vivere perché esiste».

Andrea Pasinetti

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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