La maggior parte, se non tutte, le persone che leggono questo articolo hanno eseguito, almeno una volta nella loro vita, un emocromo. Un esame di laboratorio che ci dice quanti globuli rossi, bianchi e quante piastrine sono presenti nel nostro sangue. Se, oltre all'emocromo, il vostro medico vi ha prescritto anche la formula leucocitaria, avete avuto la possibilità di scomporre i globuli bianchi nei loro componenti principali che sono i neutrofili e i linfociti. Sono proprio i neutrofili l'oggetto del presente articolo, scritto a commento di un lavoro pubblicato sul numero di febbraio di Nature Immunology, prestigiosa rivista scientifica. Il lavoro, coordinato dal prof. Andrea Cerutti del Catalan Institute for Research and Advanced Studies di Barcellona e del Department of Medicine, Mount Sinai School of Medicine di New York e dalla dott. Irene Puga dell'IMIM-Hospital del Mar di Barcellona, vede come coautori italiani il prof. Alessandro Plebani, direttore della Clinica Pediatrica dell'Università degli Studi di Brescia e direttore scientifico dell'Istituto di Medicina Molecolare A. Nocivelli degli Spedali Civili; il dott. Vassilios Lougaris, ricercatore della Clinica Pediatrica dell'Università di Brescia e la dott. Lucia Notarangelo dell'Oncoematologia Pediatrica. Il lavoro è stato supportato anche dalla Fondazione Camillo Golgi. I neutrofili sono le cosiddette «cellule spazzino» perché fagocitano i germi che entrano nel nostro organismo, uccidendoli. Non distinguono i diversi tipi di batteri, li fagocitano tutti. Attraverso il sangue arrivano in tutti i distretti del nostro organismo che sono interessati da un processo infettivo. Per esempio, se avete una polmonite, i neutrofili che arrivano al polmone attraverso il sangue, escono dai vasi sanguigni polmonari e vanno a localizzarsi in corrispondenza della sede del polmone interessata dall'infezione. Quindi fagocitano i germi contribuendo a limitare l'espansione del processo infettivo e favorendone la sua risoluzione. Svolgono un ruolo di difesa di trincea, sono le prime cellule ad entrare in gioco per limitare la diffusione dei germi (e come tali fanno parte dell'immunità innata) per poi consentire alle altre cellule del sistema immune e cioè ai linfociti (cellule del sistema immune considerate più specializzate e che fanno parte dell'immunità adattiva) di produrre gli anticorpi necessari per debellare definitivamente l'infezione. È per questo che soggetti che presentano un basso numero di neutrofili in circolo e che sono definiti pertanto «neutropenici» presentano una aumentata suscettibilità ad avere gravi infezioni batteriche, non essendo in grado di eliminare i batteri responsabili dell'infezione.
Questo è quanto si sapeva finora a proposito dei neutrofili e che veniva solitamente riportato nei testi di medicina. I neutrofili venivano considerati quasi come la «Cenerentola» delle cellule del sistema immunitario, chiamate a svolgere un lavoro grossolano (spazzare via i batteri), più di braccia che di intelletto, preparando la strada ad altre cellule del sistema immune (i linfociti T e i linfociti B) chiamati a svolgere compiti più sofisticati. Come nelle favole la Cenerentola diventa principessa, così anche nella scienza può succedere che le cellule possano progredire di rango. A differenza delle fiabe, nella scienza non vi è la bacchetta magica, ma solo perseveranza e costanza nel sostenere, da parte del ricercatore, alcune ipotesi e nel dimostrare la loro veridicità attraverso esperimenti controllati. Nel lavoro scientifico si dimostra una nuova funzione dei granulociti non riconosciuta precedentemente: i neutrofili sono in grado di interagire direttamente con le cellule più «nobili» del nostro sistema immune (i linfociti B), gli inviano dei segnali che inducono i linfociti B a produrre anticorpi. Con l'acquisizione di questa capacità si riconosce ai neutrofili un ruolo biologico più sofisticato e complesso che li porta di diritto a far parte del gruppo delle cellule dell'immunità adattiva, non sono più relegati ad un ruolo di sole cellule spazzino.
«Il tutto è partito dall'osservazione che i neutrofili già durante la vita fetale vanno a colonizzare la milza, un organo molto ricco di linfociti B, e questa colonizzazione avviene in assenza di processi infettivi in corso - spiega il prof. Cerruti -. Attraverso diversi approcci sperimentali abbiamo dimostrato che nella milza i neutrofili acquisiscono la capacità di interagire con i linfociti B e di indurre la loro differenziazione a plasmacellule secernenti immunoglobuline. Questo dimostra che i neutrofili possono acquisire funzioni differenti a seconda dell'ambiente dove si trovano, si tratta di una conoscenza assolutamente nuova nel campo della biologia». Quali ricadute pratiche? «Una è strettamente di tipo scientifico perché migliora le nostre conoscenze sui meccanismi attraverso i quali il sistema immune ci difende dalle infezioni, condizione indispensabile per poterle meglio controllare - aggiunge il prof. Plebani -. Sapere, infatti, che una carenza numerica o funzionale dei neutrofili può tradursi anche in un difetto della funzione dei linfociti B, ci consente di proporre strategie terapeutiche più efficaci.
La ricaduta pratica di questa scoperta riguarda proprio questo aspetto terapeutico: studiare una terapia che miri a vicariare non solo il difetto dei neutrofili, come finora si è solo fatto, ma anche quello dei linfociti B, aspetto quest'ultimo mai preso in considerazione perché non si conosceva la relazione funzionale tra neutrofili e linfociti B. Lo studio dimostra che i due compartimenti dell'immunità innata e di quella adattiva in realtà non sono altro che due estremi di un continuum unicum».