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Ortopedia - Microscopio elettronico

Novità per la scansione del tessuto osseo

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Ore: 06:00 | martedì, 12 giugno 2012

La conoscenza dell'ultrastruttura dell'osso e la fisiologia del sistema osteonale, che è quell'insieme di cellule e vasi che caratterizzano il tessuto osseo stesso, sono ancora lontane dall'essere comprese con precisione.

Diversi, infatti, sono stati gli studi storici che hanno, da un lato, chiarito alcune peculiarità anatomiche come l'organizzazione in osteoni dell'osso, dall'altro hanno aperto la discussione verso ulteriori temi come la comunicazione tra le varie cellule e come i nutrimenti possono essere veicolati all'interno delle varie strutture. L'osteone è l'unità elementare dell'osso che risulta costituito da cellule chiamate osteociti che contornano un canale vascolare centrale.

«La complessità dello studio del tessuto osseo è dovuta al fatto che il tessuto osseo è un tessuto "duro" e quindi le classiche tecniche istologiche non possono essere applicate. Il tessuto osseo deve essere "processato" cioè preparato per poter essere studiato» spiega Guido Zarattini, presidente del Congresso della Società italiana di ricerca ortopedica che si è appena svolto alla facoltà di Medicina dell'Università degli Studi di Brescia. «Il nostro gruppo della Clinica Ortopedica dell'Università di Brescia si occupa da anni dello studio del tessuto osseo, questo grazie alla grande esperienza nell'ambito della ricerca in questo campo del direttore professor Pazzaglia - continua Zarattini -. In questi ultimi anni abbiamo messo a punto particolari tecniche che hanno permesso uno studio del tessuto osseo con modalità assolutamente originali (fracture surface technique). All'utilizzo di tecniche di istologia standard combinate a tecniche di assottigliamento del tessuto da analizzare e la successiva visione al microscopio luce si sono aggiunte sofisticate analisi al microscopio elettronico a scansione. Grazie alla microscopia elettronica abbiamo potuto identificare con esattezza i piccoli canali vascolari ed abbiamo potuto intuire la direzione del flusso dei nutrienti all'interno della complessa rete di vasi. Peculiare è stata anche l'identificazione di alcuni prolungamenti cellulari delle cellule tipiche dell'osso osteoblasti/osteociti che ci ha consentito di dare una polarità alle cellule stesse e ci ha spiegato con maggior precisione l'origine dell'osteone attraverso la direzione di deposizione delle lamelle ossee».
Ma quali ricadute ha sui pazienti uno studio così approfondito dell'ultrastruttura ossea?
«L'importanza della comprensione della fisiologia del tessuto osseo è per noi di fondamentale importanza per poter meglio comprendere e per poter in un futuro meglio "approcciare" alcune problematiche di quotidiano riscontro in ambito ortopedico- traumatologico - ha spiegato l'ortopedico -.Si pensi alle fratture traumatiche e patologiche, queste ultime da collegarsi al problema dell'osteoporosi. Perché alcune fratture guariscono e altre, che sembrano identiche, non guariscono e vanno incontro alla patologia che viene chiamata "pseudoartrosi"?

Ci sono farmaci che possono aiutare una frattura a guarire? Perché una protesi articolare dura 20 anni ed altre durano pochi anni o mesi? Perché alcune restano adese all'osso e altre si "mobilizzano"? Ad alcune di queste domande siamo in grado di dare delle risposte, ma non conosciamo ancora con certezza i meccanismi molecolari e fisiopatologici che governano alcuni di questi complessi processi».
La sempre più approfondita comprensione della fisiologia dell'osso permetterà di comprendere meglio questi temi e, anche, di indirizzare i farmacologi verso obiettivi specifici per creare farmaci sempre più efficaci nelle patologie che vedono l'osso come tessuto bersaglio.

All'interno del congresso un'intera sessione è stata dedicata al tessuto osseo sotto diversi aspetti. In un'altra, invece, si è affrontato il tema della biocompatibilità, ovvero dell'abilità di un materiale di agire determinando una appropriata risposta dell'ospite in una certa applicazione. «In ambito ortopedico e traumatologico, l'impiego e la conoscenza dei biomateriali è fondamentale: basti pensare che nella maggior parte della nostra chirurgia quello che facciamo è l'impianto di dispositivi in un organismo - ha aggiunto Zarattini -. Dei veri e propri intrusi, come le placche, le viti e i chiodi per l'osteosintesi, fino a impianti più complessi come le protesi articolari. In questi ultimi casi, non abbiamo un sistema statico, come può essere una placca che neutralizza le forze a livello di un focolaio di una frattura, ma ne abbiamo uno più complesso che ha la pretesa di ricreare un'articolazione danneggiata in genere da un processo di artrosi».

Giornale di Brescia su