Sui temi che verranno dicussi al Congresso nazionale di Psicogeriatria, da giovedì a Gardone Riviera, abbiamo intervistato il presidente, professor Marco Trabucchi, direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica.
Professore, in che senso si può parlare di Medicina predittiva? È possibile conoscere in anticipo quali saranno le patologie che ciascuno svilupperà in età avanzata?
Il termine predittiva indica una medicina che tiene in conto le condizioni genetiche e ambientali che possono costituire gravi e incisivi fattori di rischio della comparsa sia di un invecchiamento caratterizzato da continue perdite sia da specifiche malattie.
È stato, ad esempio, dimostrato che la presenza dell'allele e4 e di una storia personale di scarsa attivazione mentale (poco interesse per gli eventi sociali, affetti ridotti, ecc.) sono fattori che si sommano tra loro nell'incrementare il rischio di comparsa di Alzheimer. Di conseguenza, l'analisi di questi fattori è alla base di una medicina che voglia accompagnare nel tempo la persona ammalata. La predittività, nel suo complesso, costituisce la premessa per interventi preventivi; infatti, sia in età giovane adulta, sia anche in età avanzata, l'adozione di uno stile di vita attivo sul piano mentale e fisico permette di prevenire il rallentamento delle funzioni fisiologiche che si accompagna al passare degli anni.
Un atteggiamento attivo verso la vita porta sempre a risultati positivi e soprattutto che non è mai troppo tardi per iniziare. Ovviamente, prima si adottano comportamenti salutari meglio è, ma anche a 80 anni è utile un atteggiamento di "conquista". Inoltre, la prevenzione diretta a specifiche malattie dell'apparato cardiovascolare, endocrino, gastrointestinale e nervoso ne evita la comparsa e quindi le pesanti ricadute sull'autonomia e il benessere. Infatti le persone che soffrono di diabete, che hanno una storia di infarto del miocardio o di ictus, che sono ipertese presentano un rischio molto più elevato di demenza rispetto a chi non ha una storia di malattia.
Sul piano clinico gli interventi dovrebbero sempre essere -almeno teoricamente- diretti ad una specifica persona, adattando gli atti diagnostici, curativi e preventivi alle condizioni biologiche, di salute e psico-sociali. Si parla molto di personalizzazione della medicina, di cure mirate verso obiettivi spesso differenti da individuo a individuo, pur in presenza di una stessa diagnosi di malattia. Questo approccio vale anche con le persone anziane?
Certamente sì. Sul piano pratico la personalizzazione della medicina significa compiere un'analisi multidimensionale della condizione umana e di malattia di un individuo per impostare le cure in modo mirato sui diversi piani. Che vanno da quello clinico biologico, perché la storia degli eventi trascorsi e quella di malattia lascia tracce profonde nel fisico dell'individuo malato, a quello psicologico e sociale, perché il bisogno di ciascuno è molto differente a seconda della sua esperienza di dolore, di supporti ricevuti o negati, di contatti positivi o negativi con le strutture e con i servizi sanitari.
L'esperienza clinica dimostra come il passare degli anni aumenti la differenziazione tra gli individui e come l'età non sia di per sé un indicatore prognostico; ad esempio, due persone novantenni possono avere una spettanza media di vita che varia da 3 a 6 anni e quindi aver bisogno di interventi di cura differenti: in un caso, la malattia principale e le altre di cui soffre la persona sono l'obiettivo primario dell'intervento; nell'altro, invece, è opportuna solo un'azione di supporto, mirante alla qualità della vita. In questa prospettiva è indispensabile che l'intervento di cura sia personalizzato evitando interventi inutili, costosi e talvolta anche dannosi per la salute.
Altro capitolo di grande attualità è quello della "medicina partecipata". Al di là della retorica del "paziente al centro", vi sono effettivamente margini per i medici di coinvolgere i malati nel processo di cura?
La medicina partecipata significa che la persona oggetto di un intervento di cura non è un'entità passiva, ma partecipa attivamente agli atti che la riguardano, mettendo così in campo le proprie capacità di resilienza. Quando le funzioni cognitive sono compromesse, il rapporto di cura si estende al caregiver, che assume un ruolo centrale per raggiungere il successo delle cure.
Solo una reale partecipazione permette l'adesione ai trattamenti, ma soprattutto dà alla persona malata la forza per esprimere al massimo livello le sue potenzialità di guarire. L'equilibrio difficile che caratterizza in molte situazione la vita dell'anziano richiede che tutte le energie siano messe a disposizione del mantenimento dell'omeostasi; solo un impegno globale e analitico allo stesso tempo, espresso dal paziente, la sua famiglia e l'intera équipe curante, permette di raggiungere questo obiettivo.
In molte malattie croniche, quali scompenso di cuore o broncopneumopatia cronico-ostruttiva, è stato dimostrato che il coinvolgimento del paziente porta a risultati migliori in termini di morbilità e sopravvivenza; ciò comporta, però, un forte investimento di tempo psicologico del medico, perché solo così riesce a costruire un equilibrio tra il rispetto della volontà del paziente e il proprio convincimento su cosa sia oggettivamente più opportuno per il paziente stesso.
Anna Della Moretta



