Salute e benessere

L'Italia è il Paese con i donatori più vecchi

Dal 2002 ad oggi l'età media è passata da 52 a 59 anni. A incidere sulla scarsità di organi è l'opposizione alle donazioni

In Italia sono 9.000 le persone in lista d'attesa per un trapianto; 500 quelle che muoiono ogni anno senza che abbiano potuto avere un organo compatibile. Eppure quest'anno i fondi nazionali destinati alle regioni per le attività di trapianto sono stati tagliati del 70%, pari circa a tre milione di euro.

Ma non solo. L'Italia è il Paese europeo con i donatori di organi più vecchi d'Europa. Dal 2002 ad oggi la loro età media è passata da 52 a 59 anni. A rilevarlo è la Società italiana per la sicurezza e qualità nei trapianti. E questo mette nella condizione di avere la disponibilità di un numero minore di organi e di fare una maggiore selezione proprio a causa dell'età. Ciò si è evidenziato soprattutto nei trapianti di cuore, organo per cui 55 anni sono l'età limite di trapiantabilità, e il cui numero di interventi è sceso da 355 nel 2009 a 276 nel 2011. Per quanto riguarda il numero di donatori, in Italia da tempo ci si è assestati su una media di 21,7 per milione di abitanti (circa 1100 utilizzati), ma la situazione presenta vistose differente da Nord a Sud. A incidere è l'opposizione alle donazioni, che in media è del 28%, ma raggiunge punte del 50-60% nel Sud.
In questo contesto, come si possono conciliare le esigenze economiche del Paese con la complessità organizzativa del sistema trapianti per soddisfare le esigenze di salute dei cittadini? È questo l'interrogativo a cui hanno cercato di dare risposta degli esperti riuniti al 4° congresso della Società Italiana per la Sicurezza e la Qualità dei Trapianti dove si è tentato di ridisegnare le attività di donazione e trapianto per garantirne la qualità, ma anche la sopravvivenza futura. «La sicurezza, intesa come insieme di regole che garantiscono l'affidabilità del sistema in termini di efficacia terapeutica e organizzativa, anche in un'ottica di contenimento dei costi, è la parola chiave per affrontare le sfide presenti e future della medicina trapiantologica e assicurarsi che essa possa sopravvivere in un momento di crisi economica globale», afferma Franco Filipponi, Presidente della Società.

Ma come fare? Una gestione più appropriata delle liste d'attesa (dove il paziente deve essere inserito in maniera precoce e tempestiva, prima cioè che sia sottoposto al degrado fisico e al trauma psicologico che ne deriva nei casi troppo tardivi); una maggiore sinergia delle rete assistenziale sanitaria tra servizi primari e ad alta specialità che prendono in carico il paziente prima e dopo il trapianto; una maggiore vigilanza da parte delle rianimazioni ai fini dell'individuazione dei potenziali donatori e la prevenzione e la gestione degli eventi avversi possono essere considerate le mosse basilari non solo per garantire la salute del cittadino, ma anche per evitare sprechi di risorse umane e economiche che rischiano di minare il sistema.

«Il trapianto oggi non può più essere considerato una soluzione estrema per malati estremi, - precisa Filipponi - tanto più il paziente arriva malato all'intervento, con gravi e numerose patologie concomitanti, maggiore è il dispendio di risorse umane e strutturali necessarie per curarlo, con risultati clinici e sociali poco incoraggianti».
Il trapianto di fegato è molto esemplificativo per la valutazione dei costi in ambito trapiantologico: è al secondo posto in termini di impatto economico dopo quello di polmone, ma lo precede per la numerosità degli interventi eseguiti ogni anno (in Italia si effettuano una media di circa 1.000 trapianti di fegato l'anno, contro i 100 circa di polmone). Recenti studi hanno dimostrato che il costo del paziente trapiantato di fegato aumenta in relazione al suo stato di gravità clinica al momento del trapianto. «E chiaro che non si può ridurre il vantaggio di un trapianto ad una cifra - precisa Giorgio Ettore Rossi, direttore Chirurgia Generale e Trapianti di Fegato dell' Irccs Cà Granda del Policlinico di Milano - ma è anche vero che controllare le risorse è fondamentale per mettere in campo tutte le tecniche e le competenze scientifiche per poter rendere il settore trapiantologico di alta qualità e sostenere al meglio i pazienti in un momento storico di scarse donazioni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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